Cacofonie organizzate

Chi conosce la storia del negazionismo scientifico, sa bene che una delle armi più spesso utilizzate non è la negazione in blocco del consenso scientifico, ma invece la creazione artata dell’apparenza di un dibattito interno alla comunità scientifica attraverso una disinformazione mirata a dare risalto pari a poche, isolate ed in genere non pertinenti voci di alcuni ricercatori, aumentandone il volume fino a contrastare il coro degli esperti di una determinata materia.

Il caso più celebre è quello dell’industria del tabacco, che con questo sistema riuscì a ritardare per decenni la somministrazione di corretta informazione sui danni da fumo e le misure di contenimento delle sigarette; e se si vuole un esempio recente dalle nostre parti, basta guardare alle sceneggiate che ancora oggi mettono in piedi i negazionisti dell’epidemia di Xylella, quando reclutano qualche eterodosso rappresentante della comunità accademica non esperta per far sembrare ancora incerta l’associazione tra batterio ed epidemia degli ulivi.

Tuttavia, anche in Italia vi sono associazioni ed entità ben più organizzate e meglio finanziate degli stralunati santoni pugliesi (che pure tanto danno hanno fatto), le quali agiscono da decenni su un fronte completamente diverso ma non meno dannoso: la disinformazione circa il reale consenso scientifico raggiunto sul cambiamento climatico e sulla sua origine.

Non ho nessuna intenzione di discutere qui i dati dei climatologi e le loro conclusioni; a chi non è un esperto, consiglio comunque di rileggere la trascrizione del discorso inaugurale di quest’anno tenuto da Giorgio Parisi, presidente dell’Accademia dei Lincei, che trovate qui.

Mi interessa invece rispondere ad una domanda precisa: esistono in Italia propaggini delle organizzazioni più importanti a livello mondiale, note per essere state smentite da tempo dalla comunità scientifica a causa della loro attività costante e ben finanziata di disinformazione sul tema, volta appunto a creare una “cacofonia di voci” che non permetta al consenso scientifico di essere percepito come tale dai cittadini e dai politici?

Per rispondere, è necessaria un po’ di analisi.

Consideriamo, come primo esempio, uno dei più famosi centri della disinformazione mondiale sul clima: lo “Heartland Institute”, un gruppo ultraconservatore molto ben finanziato, nato negli anni ’80 del secolo scorso. Come ormai ampiamente documentato, lo scopo precipuo di questo gruppo è quello di attuare ben coordinate campagne di disinformazione contro il consenso scientifico su alcuni temi, iniziando dai danni causati dal fumo e finendo al cambiamento climatico.

In particolare, grazie a sponsorizzazioni multimilionarie provenienti dai colossi dell’energia, lo Heartland Institute ha organizzato ogni anno (fino ad oggi) una serie di convegni annuali sul cambiamento climatico, che sono stati tra i più importanti esempi di disinformazione organizzata sui temi del clima, il cui obiettivo principale è stato quello di fare da contraltare a IPCC e di promuovere la dichiarazione di Manhattan, in cui si trova quanto segue:

“assertions of a supposed ‘consensus’ among climate experts are false”

insieme con la seguente raccomandazione:

“that all taxes, regulations, and other interventions intended to reduce emissions of CO2 be abandoned forthwith.”

Non ho intenzione, come ho detto, di dedicarmi in questa sede alla disputa di queste asserzioni; mi interessa solo evidenziare lo schieramento di cui questa organizzazione, che riceve finanziamenti dai colossi petroliferi, è portabandiera.

Tra i finanziatori più importanti delle conferenze negazioniste dello Heartland Institute, si trova un altro gruppo neoliberista e conservatore, una fondazione denominata “Atlas Network”; la quale, ovviamente, sul tema del cambiamento climatico condivide in toto le posizioni dello Heartland Institute, come è possibile ricavare qui.

La fondazione “Atlas Network”, come prevedibile, è ben finanziata da chi ha interessi molto importanti in gioco: la Exxon, per esempio, che ha elargito alla fondazione finanziamenti importanti (oltre, naturalmente, a finanziare anche lo Heartland Institute).

A questo punto possiamo provare a dare una risposta (almeno parziale) alla domanda iniziale: esiste in Italia qualche organizzazione che, sotto un apparente manto di neutralità, è in realtà referente di questi o simili gruppi con un’agenda molto ben definita, ideologica e volta a contrastare IPCC sui temi del cambiamento climatico e del ruolo in esso della nostra specie?

La risposta è positiva.

Sul sito della Atlas Network Foundation, per esempio, troviamo un chiaro riferimento al ruolo giocato nel promuovere le attività dellIstituto Bruno Leoni.

Che questo non sia semplicemente dovuto ad un’affinità di posizionamento politico, ma sia indice invece della visione condivisa anche in merito al cambiamento climatico, è evidente quando si consideri un altro network globale, la “Cooler Heads Coalition“, di cui fanno parte tutte le organizzazioni più importanti che attaccano l’idea di una crisi climatica causata dall’uomo, incluso lo Heartland Institute. Tra i membri della Cooler Heads Coalition, troviamo per l’Italia proprio l’Istituto Bruno Leoni.

Del resto, la posizione dell’Istituto Bruno Leoni è ben chiara, dato che ha sponsorizzato le conferenze dello Heartland Institute” sul clima.

Alla luce di questi fatti, appaiono quanto meno stonate le dichiarazioni di alcuni membri illustri dell’Istituto, i quali recentissimamente rispondevano a chi chiedeva loro conto delle posizioni non proprio neutrali sul cambiamento climatico nel modo che segue:

Innanzitutto, è evidentemente poco credibile l’affermazione finale circa il non occuparsi di climatologia – dato che l’Istituto è intervenuto nelle forme che si diceva proprio nella discussione dei dati dei climatologi, con uno schieramento molto chiaro e da una parte ben precisa.

Nel dettaglio, considerando i 3 punti elencati da Stagnaro come posizione ufficiale attuale dell’IBL, vien da chiedersi:

Come si concilia l’affermazione del primo punto (in cui si ammette ANCHE un influsso antropico), con gli interventi che l’Istituto ospita nei propri “occasional papers”, in cui per esempio Nigel Lawson dice che “non vi è stato sinora alcun ulteriore riscaldamento globale dal 1998”? Visto che per Stagnaro “il cambiamento climatico esiste”, non sarebbe forse il caso di ospitare almeno una risposta di smentita a Lawson, e di propagandare quella, invece che uno scritto negazionista, sul proprio sito?

Per quello che riguarda il secondo punto, “le emissioni vanno ridotte”, come si concilia questa affermazione di Stagnaro, con le sponsorizzaioni elargite ai convegni dello Heartland Institute, che hanno portato alla dichiarazione di Manhattan, in cui, come abbiamo visto, si afferma che “all taxes, regulations, and other interventions intended to reduce emissions of CO2 be abandoned forthwith.” ?

E per il terzo punto, visto che si fa parte di organizzazioni mondiali i cui membri negano, come detto, l’opportunità di qualunque politica di riduzione delle emissioni, oltre ad identificare politiche che invece sarebbero efficaci ed efficienti in tal senso (e a comunicarle opportunamente), a questo punto non sarebbe necessario sconfessare le posizioni di coloro che ancora oggi sostengono che non sia necessaria NESSUNA politica di riduzione delle emissioni?

Dato poi che a quanto pare l’Istituto Bruno Leoni oggi condivide che il cambiamento climatico esista, che vi sia un ruolo delle emisisoni antropogeniche e che esse vadano controllate, sarebbe il caso che pubblicasse un nuovo documento che faccia chiarezza circa i suoi precedenti e circa dichiarazioni anche recentissime dei propri membri e dei propri ospiti; non ovviamente per censurare il dibattito, ma appunto per informare il pubblico circa il proprio allontanamento da certe posizioni francamente insostenibili.

Magari spiegando le stesse cose alla solita Exxon, che con l’Istituto ha organizzato eventi in tema di energia, ma sul clima ha nascosto la verità per decenni, nonostante persino i suoi scienziati aderissero al consenso globale stabilito dai climatologi.

Perchè, a questo punto, dipingersi come neutrali e razionali contribuenti al dibattito pubblico, dimenticando di evidenziare al cittadino e alla comunità scientifica da quale parte del tavolo si è stati seduti fino ad oggi e come siano cambiate le proprie posizioni rispetto ad un recentissimo passato, sarebbe operazione disonesta e ambigua, che contribuirebbe alla cacofonia organizzata da un network di disinformazione globale.

POST SCRIPTUM:
Grazie ad Antonio Scalari e a Ilario D’Amato per aver attirato la mia attenzione sulle posizioni di un Istituto, di cui nemmeno conoscevo l’esistenza, finchè i miei amici Roberto Defez e Roberto Burioni non sono stati invitati a partecipare ad un convegno sulla pseudoscienza.

  8 comments for “Cacofonie organizzate

  1. Gilberto Bonaga
    1 Dicembre 2019 at 19:09

    Non sta a me dfendere le posizioni del’IBL, voglio solo fare notare che ora le loro posizioni sono chiare e sono quelle indicate da Carlo Stagnaro.

    Sono posizioni negazioniste? Non mi pare, ma mi permetto di suggerire di contattarlo direttamente Carlo e di confrontarvi su questo argomento, in modo da evitare ogni tipo di malinteso.

    Fatemi sapere quando vi incontrate, che vorrei assistere.

    Gilbert.

  2. carlo stagnaro
    2 Dicembre 2019 at 09:18

    Grazie dell’attenzione. Nel merito delle domande che mi pone in relazione alla posizione passata e presente di IBL:

    a) IBL si occupa di promuovere la libertà economica in vari ambiti, tra cui la politica energetica e ambientale. Coerentemente con questo approccio ci siamo SEMPRE e SOLO occupati di impatti economici e policy. Questo è vero anche in relazione al convegno “incriminato” organizzato dall’Heartland Institute, nell’ambito del quale sono intervenuto due volte: una per illustrare un nostro lavoro sui green jobs (http://www.brunoleoni.it/are-green-jobs-real-jobs-the-case-of-italy), l’altro a sostegno dell’ipotesi di una carbon tax (http://www.brunoleoni.it/report-europa-2020-una-proposta-alternativa) (!).

    b) Proprio perché dalle nostre conoscenze sulle dinamiche climatiche derivano conseguenze tanto importanti – dal punto di vista economico e politico – abbiamo talvolta coinvolto studiosi che avevano qualcosa da dire in merito. Nel passato, quando il dibattito era più aperto e le incertezze maggiori, abbiamo dato maggiore spazio anche alle tesi “scettiche” (non “negazioniste”: a mia conoscenza, nessuno nega che il clima stia cambiando e che l’uomo abbia delle responsabilità; la questione era ed è quante responsabilità e con quali conseguenze). Se non vi fossero incertezze, non servirebbe un panel intergovernativo per fare periodicamente il punto della situazione (non esiste il Panel intergovernativo sui vaccini, per esempio). Lo stesso Ipcc oggi dice che l’uomo è la causa “dominante” (quindi non l’unica) del riscaldamento osservato negli ultimi decenni; e nei suoi documenti identifica le aree di maggiore incertezza (https://www.ipcc.ch/site/assets/uploads/2018/11/AR6-Chair-Vision-Paper.pdf).

    c) Alcuni think tank con cui abbiamo collaborato o collaboriamo hanno una posizione più radicale della nostra in merito al clima. La nostra collaborazione con loro non è però legata a questo o ad altre posizioni su temi specifici, ma alla comune appartenenza alla famiglia “liberista” – e al fatto che comunque riteniamo il loro lavoro sempre utile e stimolante. Capisco che per Bucci possa essere un insulto, ma per noi no: il mondo è bello perché è vario. Ora, questo non significa che noi siamo d’accordo con altri think tank su tutte le loro posizioni, né che loro lo siano con noi. Per quanto riguarda il clima – lo ripeto – noi non abbiamo una posizione in materia di scienza (ci affidiamo alle sintesi dell’IPCC) mentre la abbiamo in materia di policy. Se non riconoscessimo che il problema esiste, non saremmo neanche – da tanti anni – favorevoli a una politica di carbon pricing (a cui, come ricordato nell’articolo, Heartland è contrario, per esempio). Sul piano personale, segnalo anche che durante la mia breve esperienza politica con Fare per Fermare il declino avevo più volte preso questa posizione: https://autori.fanpage.it/fare-per-fermare-il-declino-stagnaro-si-alla-carbon-tax/.

    d) In ogni caso, non mi è chiaro il senso di questo post. L’autore ci accusa di avere una posizione antiscientifica su un singolo tema (il clima), mentre su altri temi avremmo una posizione “in linea con la scienza” (vaccini, chimica in agricoltura, ecc). Poi, vedendo che organizziamo un convegno sul costo dell’antiscienza, nel quale si parla di altre questioni tutte collegate tra di loro (che hanno a che fare col corpo umano: cibo e medicina) e nel quale intervengono speaker assolutamente titolati (https://www.youtube.com/watch?v=CPm1f7vYM5o), ci accusa di non aver dato spazio all’unico tema su cui la nostra asserita posizione sarebbe antiscientifica. Se fosse vera la premessa, dovrebbe farci i complimenti: bravi, parlando di antiscienza, scegliete dei temi sui quali avete una posizione impeccabile. Invece veniamo accusati di non aver affrontato una questione che non solo è eccentrica rispetto agli altri casi studio che abbiamo affrontato nel convegno, ma su cui – secondo l’autore – avremmo potenzialmente potuto spandere disinformazione. C’è qualcosa che mi sfugge nella logica complessiva.

    e) Leggo, infine, che Bucci ignorava l’esistenza mia e di IBL fino a poco tempo fa. Forse questo dovrebbe essere un indizio del fatto che la nostra presunta “propaganda antiscientifica” non era poi così efficace né rilevante nell’economia delle nostre attività, se neppure un osservatore attento come lui ne aveva finora avuto alcuna consapevolezza.

  3. Luca Simonetti
    2 Dicembre 2019 at 14:35

    A dire il vero, il senso del post di Bucci è chiaro: con che “titolo” si organizza un convegno sull’antiscienza se su un argomento cruciale come il clima si tiene (o si è tenuta fino a poco tempo fa, perché di questo si tratta) una posizione esattamente contraria al consenso dominante nella comunità scientifica? Non è vero che sul punto l’IBL si sia occupato solo delle conseguenze economiche dell’AGW, primo perché di fatto non solo IBL ha dato spazio a negazionisti autentici, ma gli stessi esponenti di punta di IBL, inclusi Stagnaro e Mingardi, hanno in passato (ma nemmeno troppo lontano) fatto affermazioni inequivocabilmente negazioniste, e secondo perché mi sembra difficile fare proposte circa le conseguenze economiche dell’AGW se si nega l’AGW.

  4. Fabrizio Sibilla
    2 Dicembre 2019 at 21:58

    Mi sono occuato per anni di emissioni di CO2 e della loro riduzione e conosco bene il mondo del lobbismo e dei think tank. Trovo la risposta di Stagnaro e la posizione dell´Istituto Bruno Leoni decisamente soddisfacente a scagionarli da qualsiasi accusa di ambiguità o negazionismo rispetto all AGW. Si può distinguere tra la ortodossia e la ortopraxis. Il IBL segue si spesso la ortodossia liberista ma sulle emissioni si CO2 la ortopraxis prevale e se vogliamo davvero cercare di ridurre le emissioni (e possiamo legittimamente discutere come e su che tecnologie allocare le risorse, che è la preoccupazione maggiore dell´IBL) per garantire in futuro un pianeta abitabile alle future generazioni allora meglio non dividerci troppo tra di noi…

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