Caccia in Italia, dati e analisi – PUNTATA II
La Banca Dati Ungulati, la verificabilità delle stime, i criteri con cui le Regioni fissano le densità obiettivo e la valutazione del disegno di legge 1552
Il disegno di legge 1552 aumenta la capacità di prelievo, mentre il sistema pubblico non è in grado di misurarne con continuità e indipendenza gli effetti. È questo il problema che emerge dall’analisi degli ungulati, che a prima vista sembrerebbero offrire il caso opposto rispetto agli uccelli esaminati nella Puntata I. Per cervi, caprioli, camosci, daini e mufloni il Paese ha posseduto una banca dati nazionale, censimenti sul campo, piani annuali di prelievo e una serie storica pubblicata. Eppure, l’ultimo rapporto nazionale della Banca Dati Ungulati risale al 2009 e riporta dati al 2005; l’aggiornamento successivo si arresta al 2010. Da oltre quindici anni non viene pubblicato un quadro nazionale aggiornato di consistenza e prelievo per i cervidi e i bovidi. Il problema precede inoltre l’interruzione della serie: anche il quadro storico era privo delle informazioni necessarie a stabilire se le variazioni sulle quali si fondavano i piani di prelievo fossero reali oppure compatibili con l’incertezza delle misure.
Il metodo prescritto dall’ISPRA è corretto nella sua struttura. Si censisce la popolazione, si ricava l’incremento utile annuo, si autorizza il prelievo di una quota di quell’incremento e si verifica l’esito nell’anno successivo. La decisione dipende quindi dalla differenza fra incremento e prelievo, definita nel seguito come scarto. Sui dati nazionali del quinquennio 2005-2010, lo scarto ricostruito varia da −3,6 punti percentuali per il daino a +5,8 per il muflone; vale +1,3 punti per il capriolo, +1,5 per il cervo e −0,8 per il camoscio alpino.
Per interpretare differenze di questa ampiezza occorre conoscere l’incertezza delle stime di consistenza e propagarla attraverso il bilancio. Le stime nazionali aggregate pubblicate non sono accompagnate da coefficienti di variazione né da informazioni sulla correlazione degli errori fra censimenti successivi; l’Istituto dichiara che l’accuratezza cambia considerevolmente in funzione dei metodi impiegati. Questa correlazione è decisiva: una sottostima stabile può cancellarsi nel confronto temporale, mentre un cambiamento di metodo, copertura o rilevabilità può produrre una variazione apparente. La sola componente d’incertezza che può essere quantificata, quella relativa ai carnieri delle annate intermedie, genera per muflone, capriolo e cervo un intervallo più ampio dello scarto riportato. L’incertezza principale, quella delle consistenze, resta invece ignota.
Il quadro nazionale non consente dunque di stabilire se gli scarti dai quali dipende il prelievo siano distinguibili da zero. Il camoscio alpino rende concreta questa conclusione. La stima nazionale diminuisce del 3,7% fra il 2005 e il 2010, mentre il prelievo registrato eccede l’incremento ricostruito di 0,8 punti l’anno. Questi numeri non dimostrano che la caccia abbia causato il calo, perché il bilancio assume popolazioni chiuse e non separa gli effetti del bracconaggio, delle epizoozie, del clima e degli spostamenti. Mostrano però che, proprio nella specie con il margine più stretto, il sistema non permetteva di accertare se quel margine esistesse.
La misura dell’incremento risolve inoltre soltanto una parte della decisione. Non stabilisce quale debba essere la consistenza della popolazione, perché la densità obiettivo è definita dalle Regioni. In Toscana le densità sostenibili sono determinate sentiti gli ambiti territoriali di caccia e le organizzazioni professionali agricole; in Emilia-Romagna i programmi annuali dei comprensori del cervo ammettono valori compresi fra 1 e 4 capi per chilometro quadrato; in Piemonte i valori di riferimento sono espressamente non vincolanti. La proposta ISPRA del 2011 per linee guida nazionali non è mai divenuta vincolante. Manca quindi un criterio nazionale vincolante che colleghi la densità obiettivo a caratteristiche misurabili del territorio.
Nel frattempo si è ridotta anche la capacità di produrre le misure. A livello nazionale, l’ISPRA identifica i cacciatori come la componente sociale più largamente e sistematicamente impegnata nella raccolta dei dati di monitoraggio, in un contesto di diminuzione delle risorse pubbliche e di crescente ricorso al volontariato. Nel caso toscano qui esaminato, i censimenti dipendono operativamente dagli ambiti territoriali di caccia e dai cacciatori che vi partecipano, il cui numero diminuisce. Il protocollo toscano 2026-2028 consente di ruotare i censimenti in battuta sul capriolo fino a completare il monitoraggio dell’ambito in tre anni e, nei distretti non censiti, permette di determinare il piano attraverso indicatori venatori, compreso il numero di uscite necessarie per abbattere un capo. In tre dei cinque casi previsti il piano resta identico a quello dell’anno precedente; negli altri due può variare entro il 15%. La consistenza della popolazione non entra nel calcolo.
Lo sforzo di caccia può essere utile come indicatore relativo, ma non distingue una variazione della densità da una variazione della catturabilità. La letteratura sugli ungulati italiani ha già mostrato che le statistiche venatorie richiedono cautela quando vengono impiegate per stimare l’abbondanza. Il problema diventa immediato quando una legge autorizza strumenti che aumentano la probabilità di individuazione e abbattimento: se il modello non viene ricalibrato, una maggiore catturabilità può essere interpretata come crescita della popolazione e tradursi in un piano più elevato.
Sul cinghiale, gli esiti ufficiali mostrano i limiti di una gestione valutata soprattutto attraverso il numero degli abbattimenti. Fra il 2015 e il 2021 gli abbattimenti complessivi sono aumentati del 45%; nel 2021 la consistenza minima stimata era di circa un milione e mezzo di capi; i danni all’agricoltura hanno sfiorato 120 milioni di euro e l’ISPRA ha registrato un aumento generalizzato degli indicatori. La braccata rappresenta l’88% degli abbattimenti, mentre il prelievo è composto per il 51% da maschi e per il 60% da adulti. Nello stesso tempo, la predazione naturale non risulta quantificata sistematicamente nei bilanci esaminati, benché le Linee guida ISPRA prescrivano di considerare anche le perdite causate da fattori di mortalità indipendenti dalla caccia, e sebbene nell’Appennino aretino il lupo abbia rimosso l’8,9% della popolazione locale di cinghiali, concentrandosi sui giovani dell’anno.
Su questo sistema interviene il disegno di legge 1552. Il testo riduce il peso procedurale del parere ISPRA, autorizza strumenti che aumentano la catturabilità, estende alla neve il prelievo selettivo degli ungulati e la braccata al cinghiale, elimina la clausola «senza fini di lucro» per le aziende faunistico-venatorie e rimuove il lupo dall’elenco delle specie particolarmente protette. Non introduce però il monitoraggio nazionale, la quantificazione dell’incertezza, criteri comuni per le densità obiettivo o il coordinamento dei bilanci alla scala delle popolazioni biologiche. Né stanzia le risorse necessarie: l’articolo 21 impone che la riforma sia attuata senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. Il risultato dell’analisi è quindi chiaro: la sostenibilità del prelievo degli ungulati non è verificabile sul quadro nazionale pubblicato, e una legge non può aumentarne efficienza ed estensione prima di avere costruito e finanziato il sistema di misura necessario a valutarne gli effetti. Il monitoraggio nazionale del lupo dimostra che la capacità tecnica esiste; mancano la scelta istituzionale e le risorse per renderla ordinaria anche per le specie cacciate.
La Banca Dati Ungulati è gestita dall’ISPRA dal 1996. L’ultimo rapporto nazionale pubblicato è Carnevali et al. (2009), relativo al periodo 2001-2005; le consistenze al 2010 e i prelievi al 2009 provengono dall’aggiornamento successivo. Le cifre del 2005 e del 2004-05 sono state verificate sul testo primario.
La Banca Dati Ungulati raccoglie e armonizza i dati che gli organismi gestori periferici trasmettono all’Istituto. L’ISPRA dichiara che il loro dettaglio varia considerevolmente per differenze nelle modalità e nell’accuratezza dei censimenti, e che, dove mancavano consistenze complessive, i dati parziali sono stati estrapolati alle unità di gestione. Le stime non sono accompagnate da coefficienti di variazione, e non sono corredate di informazioni sulla correlazione degli errori fra censimenti successivi. La precisione delle singole stime nazionali non è dunque documentata, e non è ricavabile dalle fonti pubblicate: dai soli aggregati conferiti non è possibile ricostruire ex post un’incertezza che non sia stata stimata e documentata a monte.
L’incremento annuo non è pubblicato dall’Istituto e viene qui ricostruito risolvendo numericamente per r la relazione ricorsiva
Nₜ₊₁ = Nₜ (1 + r) − Hₜ
con Hₜ interpolato linearmente fra il prelievo iniziale e quello finale, per il valore che riproduce la consistenza finale osservata a partire da quella iniziale.
Questa procedura comporta una conseguenza che occorre dichiarare, perché delimita ciò che i risultati possono stabilire. Poiché r è determinato imponendo che il bilancio chiuda sulla consistenza finale, esso è legato per costruzione alla variazione osservata della consistenza. Nei dati esaminati il segno dello scarto fra incremento e prelievo coincide, per tutte e cinque le specie, con quello della variazione della consistenza; tale coincidenza non costituisce quindi una verifica indipendente del metodo di gestione, e il daino non ne è un controllo positivo.
La ricostruzione fornisce una stima puntuale dello scarto. Per stabilire se esso sia distinguibile da zero occorrerebbe confrontarlo con la propria incertezza, confronto che i dati pubblicati non consentono, per le ragioni esposte più avanti.
I piani di prelievo sono redatti per unità di gestione, non su base nazionale. I valori aggregati riportati nelle tabelle sono calcolati a posteriori: non corrispondono ad alcuna decisione gestionale e misurano l’esito complessivo di un numero elevato di decisioni distrettuali indipendenti.
I dati sul cinghiale provengono dall’indagine nazionale ISPRA relativa al periodo 2015-2021, presentata nel gennaio 2023, e sono riportati nella forma in cui l’Istituto li pubblica.
La norma tecnica necessaria esiste, ed è pubblica da tredici anni. Le Linee guida ISPRA per la gestione dei cervidi e dei bovidi (2013) dedicano un capitolo alla dinamica di popolazione — dipendenza dalla densità, stocasticità demografica e ambientale, matrici di Leslie — e un capitolo al monitoraggio, nel quale sono trattati la probabilità di rilevamento, la potenza statistica necessaria a riconoscere una tendenza demografica, la cattura-marcatura-ricattura, il distance sampling e, in un paragrafo dedicato, i modelli fondati sui dati di caccia, compresa la cattura per unità di sforzo. Nel presentarle, il direttore dell’Istituto scriveva che «l’imprecisione delle stime quantitative rappresenta un elemento critico per la conservazione delle popolazioni nel lungo termine» e che vi era «la necessità di migliorare sensibilmente la qualità del monitoraggio»; e osservava che le decisioni prese in sede locale «troppo spesso non sono supportate da dati raccolti in maniera obiettiva e convenientemente elaborati». I metodi vi sono descritti dichiarandone i limiti concettuali e applicativi, e commisurandoli espressamente alle «risorse umane ed economiche disponibili».
Ciò che questa analisi documenta non è dunque un’ignoranza tecnica, ma la distanza fra la norma tecnica e la sua applicazione.
Le Linee guida prescrivono che i piani di prelievo proposti annualmente dalle Regioni siano valutati su tre parametri: i conteggi diretti o le stime campionarie delle popolazioni, «al fine di valutare l’andamento della popolazione almeno negli ultimi 5 anni (attraverso il calcolo dell’incremento utile annuo) e la struttura della popolazione presente»; la realizzazione del piano precedente; gli obiettivi gestionali definiti per l’unità territoriale.
L’incremento utile annuo, anziché essere dedotto dalla sopravvivenza degli adulti e dall’età alla prima riproduzione, o discendere da relazioni allometriche che imporrebbero assunzioni sulla biologia della specie, si ricava dai censimenti: contati gli animali e contatili nuovamente l’anno successivo, sommato il prelievo intervenuto, la differenza costituisce l’incremento.
La struttura del metodo è corretta, e la sua solidità riposa interamente sulla qualità della misura, poiché la conclusione non può essere più affidabile della grandezza da cui è tratta. Le sezioni che seguono esaminano quella grandezza.
La ricostruzione sui dati nazionali
La Banca Dati Ungulati riporta, per le cinque specie soggette a caccia di selezione, la consistenza nazionale nel 2005 e nel 2010 e il prelievo nelle stagioni 2004-05 e 2009-10.
| Specie | Incremento ricostruito | Prelievo | Scarto | Variazione della stima 2005→2010 |
| Muflone | 13,6% | 7,8% | +5,8% | +31,1% |
| Cervo | 15,2% | 13,7% | +1,5% | +7,7% |
| Capriolo | 14,5% | 13,1% | +1,3% | +7,5% |
| Camoscio alpino | 8,6% | 9,4% | −0,8% | −3,7% |
| Daino | 17,6% | 21,2% | −3,6% | −15,6% |
Tabella 1. Incremento annuo ricostruito, tasso di prelievo e variazione della stima di consistenza. L’incremento è ottenuto imponendo la chiusura del bilancio sulla consistenza finale. Nei dati esaminati il segno dello scarto coincide, per tutte e cinque le specie, con quello della variazione della consistenza; tale coincidenza non costituisce un risultato indipendente. Le stime puntuali dipendono inoltre dallo scenario adottato per i carnieri delle annate intermedie, la cui sola variazione sposta l’incremento ricostruito di alcuni punti percentuali (Appendice). Elaborazione propria su consistenze 2005 e prelievi 2004-05 (Carnevali et al., 2009) e su consistenze 2010 e carnieri 2009-10 (Tabella 1.2 delle Linee guida ISPRA 91/2013, da Riga & Toso, 2012).
Il daino costituisce un caso a sé, poiché la diminuzione della sua consistenza — del 15,6% nel quinquennio — è coerente con i programmi di contenimento numerico applicati a una specie alloctona in gran parte del territorio, e corrisponde all’obiettivo dichiarato della gestione.
Che cosa i dati nazionali consentono di stabilire
La colonna che conta è quella dello scarto: 1,3 punti percentuali per il capriolo, 1,5 per il cervo, −0,8 per il camoscio alpino, −3,6 per il daino, 5,8 per il muflone. Da essa dipende, nel metodo prescritto, ogni decisione di prelievo.
Figura 1. Incremento annuo ricostruito e tasso di prelievo per le cinque specie soggette a caccia di selezione (dati nazionali 2005-2010), ordinate per scarto decrescente. La banda azzurra indica l’intervallo entro cui varia l’incremento ricostruito fra i due scenari estremi di carniere delle annate intermedie — la sola componente d’incertezza quantificabile. Per muflone, capriolo e cervo tale banda è più ampia dello scarto fra incremento e prelievo (per il capriolo comprende lo stesso tasso di prelievo); per camoscio e daino, invece, lo scarto eccede la banda. L’incertezza delle stime di consistenza, che è la principale, non è quantificabile. Elaborazione propria (cfr. Tabella 1 e Appendice).
Per stabilire se uno scarto di tale ampiezza sia reale occorre conoscerne l’incertezza. Quest’ultima non coincide con l’errore di un singolo censimento, poiché lo scarto è un tasso annuo ricavato da due stime di consistenza separate da cinque anni e dai prelievi intercorsi: l’errore delle stime va propagato attraverso il calcolo.
La propagazione richiede due informazioni. La prima è il coefficiente di variazione delle stime di consistenza, che il quadro nazionale non riporta e che non è deducibile dai rapporti, i quali si limitano a dichiarare che l’accuratezza varia considerevolmente in funzione dei metodi impiegati e che, dove mancavano consistenze complessive, i dati parziali sono stati estrapolati. Le Linee guida dell’Istituto insegnano come calcolarlo, e dedicano un paragrafo alla potenza statistica necessaria perché una tendenza demografica risulti riconoscibile; la loro applicazione richiede però risorse che non risultano essere state garantite in modo uniforme e continuativo.
La seconda, e decisiva, è la struttura di correlazione degli errori fra i due censimenti. Se l’errore è sistematico e stabile — se, per esempio, il metodo sottostima la consistenza di una frazione costante — esso si cancella in larga parte nel rapporto fra le due stime, e diviene possibile riconoscere una tendenza assai più piccola dell’errore assoluto di ciascun conteggio. Se invece fra i due censimenti mutano il metodo, la copertura o la rilevabilità, l’incertezza dello scarto aumenta in misura non quantificabile. Le due situazioni conducono a conclusioni opposte sulla medesima serie, e nulla nei dati pubblicati consente di distinguerle.
A ciò si aggiunge che lo scarto della Tabella 1 non è un semplice tasso di variazione fra due consistenze, ma la soluzione di una relazione ricorsiva che comprende anche i prelievi annuali interpolati: la sua incertezza dipende quindi dalle due stime di consistenza, dai carnieri delle annate intermedie, dalla struttura temporale degli errori e dalla non linearità della soluzione. Nessuno di questi elementi è documentato nelle fonti pubblicate.
L’ordine di grandezza dell’effetto può essere saggiato su una sola delle assunzioni, che è verificabile. I carnieri delle annate intermedie non sono pubblicati; adottando in luogo dell’interpolazione lineare i due scenari estremi di carniere costante al valore iniziale e costante al valore finale, l’incremento ricostruito varia entro un intervallo di ampiezza pari a 6,4 punti percentuali per il muflone, 5,4 per il capriolo, 3,3 per il daino, 3,2 per il cervo e 0,4 per il camoscio alpino. Per tre specie su cinque, dunque, la sola variazione dello scenario adottato per i carnieri intermedi produce un intervallo più ampio dello scarto riportato nella tabella. E questa è la componente di incertezza che si può quantificare: quella delle consistenze, che è la principale, non lo è.
Ne segue la conclusione che questa analisi può sostenere, e che è più forte di quanto una falsa precisione consentirebbe. Il quadro nazionale pubblicato non permette di stabilire se gli scarti ricostruiti fra incremento e prelievo siano distinguibili da zero, e non consente pertanto una verifica quantitativa della sostenibilità del prelievo venatorio degli ungulati. Le stime nazionali sulle quali il metodo dovrebbe fondarsi non recano gli elementi necessari a valutarne l’affidabilità.
Ciò riguarda gli aggregati nazionali qui esaminati. Singole unità di gestione possono aver disposto di serie locali più frequenti e omogenee, che questo lavoro non esamina. Lo Stato dovrebbe però garantire che i bilanci siano chiusi alla scala biologicamente pertinente — che può essere locale, sovraregionale o transnazionale a seconda della specie e del massiccio — anche quando essa attraversi più unità amministrative, e raccoglierne gli esiti in un quadro nazionale coordinato. È questo coordinamento a mancare, prima ancora del totale italiano.
Il camoscio alpino è la specie meno produttiva fra gli ungulati italiani cacciati: longeva, tardiva nella maturazione, con un solo piccolo all’anno. Il suo incremento ricostruito è dell’8,6%, poco più della metà di quello del capriolo, e il prelievo esercitato era del 9,4%.
La stima nazionale passa da 136.769 a 131.714 capi fra il 2005 e il 2010, con una diminuzione del 3,7%.
Ciò che questi numeri consentono di affermare va enunciato con precisione, perché è meno di quanto si potrebbe supporre.
La diminuzione della stima nazionale non può essere trattata come una perdita accertata di 5.055 animali, poiché non si dispone degli elementi per stabilire se essa sia distinguibile dall’errore delle due stime che la generano. Né, ove fosse reale, potrebbe essere attribuita al solo prelievo venatorio: la ricostruzione assume popolazioni chiuse, escludendo per costruzione emigrazione, immigrazione, eventi epizootici e variabilità climatica, e l’ISPRA rileva che in alcune aree il bracconaggio agisce da decenni come principale fattore limitante della specie.
Ciò che i dati stabiliscono è che il prelievo registrato — la tabella riporta gli abbattimenti realizzati, non i piani autorizzati — risultava incompatibile con la stabilità della stima nazionale sotto le assunzioni adottate, e che il quadro pubblicato non consentiva di verificarlo. Il camoscio non illustra dunque che il prelievo sia stato eccessivo, ma che è la specie nella quale l’indistinguibilità dello scarto da zero pesa di più: è quella in cui il margine fra incremento e prelievo è più stretto, e proprio dove la verifica sarebbe più necessaria essa non era possibile.
La vulnerabilità della specie è del resto prevedibile dalla sua storia naturale, poiché nelle specie longeve, tardive nella maturazione e poco prolifiche l’incremento annuo è strutturalmente basso, e con esso il margine disponibile. Un tasso che una specie più produttiva potrebbe compensare può perciò risultare eccessivo per il camoscio, per ragioni che attengono alla specie e non al prelievo. Stabilire dove passi quel confine richiederebbe una misura corredata della propria incertezza, che l’Italia non ha prodotto.
L’incremento utile annuo consente di stabilire se una popolazione cresca o diminuisca, ma non contiene alcuna informazione sul livello al quale essa debba essere portata. Una popolazione in crescita indica un bilancio demografico netto positivo, che può discendere anche dall’immigrazione o da dinamiche ritardate, e non determina quale densità sia ecologicamente o socialmente desiderabile; una popolazione in calo non indica un prelievo eccessivo, poiché il calo può essere l’obiettivo, come nel caso del daino.
Il livello di riferimento è quindi un parametro esterno al metodo. Che debba essere fissato dall’uomo dipende dallo stato dei predatori: la lince mantiene in Italia una presenza estremamente ridotta e localizzata, insufficiente a esercitare una pressione diffusa sugli ungulati, e il lupo e l’orso, pur in aumento, non esercitano una pressione paragonabile a quella di una comunità di predatori integra. Le Linee guida ISPRA riconoscono che fra i fattori dell’espansione degli ungulati vi è «l’importante riduzione delle popolazioni di grandi carnivori, lupo e lince in particolare».
Il livello di riferimento non può però coincidere con la capacità portante, poiché una popolazione portata a quel limite compromette la rinnovazione forestale: l’ISPRA ha dedicato al tema un manuale distinto, nel quale si osserva che un carico eccessivo può «vanificare gli effetti degli interventi selvicolturali» e che la selettività del brucamento altera la composizione specifica del bosco. I danni alle colture agricole si manifestano a densità inferiori.
Il livello deve dunque collocarsi sotto la capacità portante ed essere definito in funzione della tolleranza dell’ambiente e delle attività umane; è quanto la normativa regionale denomina densità obiettivo, la cui determinazione è competenza delle Regioni.
La normativa toscana prevede che la Giunta determini le densità sostenibili sentiti gli ambiti territoriali di caccia e le organizzazioni professionali agricole; il piano faunistico stabilisce inoltre, per le aree vocate, le densità obiettivo. Il protocollo regionale in vigore dispone che «la formulazione degli scopi della gestione per ciascuna Unità di Gestione permetterà di determinare le densità obiettivo», senza fissarle e senza indicare i parametri su cui debbano fondarsi.
In Emilia-Romagna il regolamento regionale prevede la programmazione unitaria delle popolazioni di cervo; i programmi annuali operativi dei comprensori ACATER stabiliscono densità comprese nella forbice 1-4 capi per chilometro quadrato e prescrivono di concentrare il prelievo dove si addensano gli impatti sulle attività agro-forestali. L’intervallo consentito ha ampiezza pari a un fattore quattro, e il criterio è il danno.
Il Piemonte fornisce «alcuni valori di riferimento per capriolo, cervo e camoscio», precisando che «tali valori non rappresentino le densità minime necessarie per avviare la gestione venatoria, ma possano variare in funzione delle condizioni locali e degli obiettivi che si pone ciascuna strategia di gestione pianificata». Il documento di organizzazione e gestione degli ungulati ha durata quinquennale. Il regolamento locale adottato per il prelievo selettivo resta in vigore fino alla scadenza del documento; le sue proposte di modifica si intendono approvate in assenza di osservazioni regionali entro quarantacinque giorni.
La proposta per linee guida nazionali sull’impatto degli ungulati alle colture agricole e forestali, pubblicata dall’ISPRA nel 2011, non è mai divenuta vincolante. Nessun parametro nazionale, e nessun ancoraggio a caratteristiche misurabili del territorio, vincola oggi la determinazione della densità obiettivo.
Censimenti e piani sono redatti per unità di gestione, che coincide con il distretto venatorio: scala appropriata all’operazione, e diversa da quella della popolazione biologica. Il camoscio alpino occupa massicci che attraversano sei amministrazioni regionali, e una medesima popolazione può essere gestita da distretti appartenenti a province e regioni diverse.
Il problema è stato affrontato esplicitamente dall’Emilia-Romagna, che nel regolamento regionale 3/2024 prescrive di «razionalizzare la gestione faunistico-venatoria delle popolazioni di cervo che, per le caratteristiche biologiche della specie, richiede un’attività di programmazione unitaria per ciascuna popolazione indipendentemente dalle suddivisioni territoriali fra Province e regioni confinanti», e ha istituito a tal fine una Commissione regionale che opera «in collaborazione con ISPRA e sentita la Regione contermine».
Non esiste un obbligo generale in questo senso, né uno strumento che consenta di osservare l’aggregato nazionale, poiché la Banca Dati Ungulati ha come ultimo rapporto quello del 2009.
Il metodo si fonda interamente sul censimento, e occorre quindi considerare da chi il censimento sia eseguito e con quali risorse.
La situazione non è omogenea. Alcune amministrazioni — le province autonome, gli enti parco, singole strutture tecniche regionali — dispongono di personale pubblico che partecipa al monitoraggio. L’ISPRA identifica peraltro i cacciatori come la componente sociale più largamente e sistematicamente impegnata nella raccolta dei dati di monitoraggio, in un contesto di diminuzione delle risorse pubbliche e di crescente ricorso al volontariato. Nelle aree soggette a prelievo qui documentate il conteggio è affidato agli ambiti territoriali di caccia, che sono organismi di gestione nei quali la componente venatoria ha rappresentanza e un interesse diretto all’esito della misura, poiché un censimento più elevato consente un piano di prelievo più ampio. Si tratta di un conflitto di interesse strutturale: il medesimo sistema che rappresenta i beneficiari del prelievo contribuisce a produrre il dato da cui dipende la quantità prelevabile. Ciò non implica che i dati siano manipolati, ma rende necessarie verifiche pubbliche indipendenti. La Toscana ne fornisce un esempio estesamente documentato.
Il protocollo toscano vigente lo documenta: il censimento in battuta richiede un numero elevato di operatori, e quando un distretto non ne dispone «l’ATC potrà far confluire i cacciatori iscritti nei distretti limitrofi per rinforzare il numero dei rilevatori nel Distretto censito». Il responsabile tecnico che inserisce i dati nel portale regionale è «accreditato formalmente dai titolari di ciascuna UdG».
Il sistema si fonda in larga misura sul volontariato venatorio, il cui bacino si sta riducendo: il piano faunistico venatorio regionale toscano registra circa 134.000 cacciatori venticinque anni prima, 124.000 nel 2000 e 66.300 nel 2023, e ne prevede fra 35.000 e 40.000 entro il 2030.
Il piano di prelievo calcolato senza censimento
Il protocollo per la gestione dei cervidi e bovidi in Toscana relativo al triennio 2026-2028, approvato con deliberazione della Giunta regionale dell’11 maggio 2026, prende atto della situazione.
Il protocollo consente che i censimenti in battuta sul capriolo passino dalla cadenza annuale a una rotazione che completi il monitoraggio dell’ambito nell’arco di tre anni: «considerata la attuale e futura diminuzione dei cacciatori e, di conseguenza, la difficoltà di realizzare annualmente i campionamenti in una sufficiente porzione di territorio dei Distretti, può essere prevista la possibilità di realizzare i censimenti […] ruotandone lo svolgimento, sino a completare il monitoraggio complessivo nell’ATC in tre anni».
Il protocollo consente dunque di ruotare i censimenti fino a completare il monitoraggio dell’ambito nell’arco di tre anni; e nei distretti che in una data annata non siano censiti, il piano può essere determinato mediante gli indicatori venatori previsti. Il protocollo individua come «migliori indicatori» la percentuale di realizzazione del piano precedente, la densità del piano e lo sforzo di caccia, definito come numero di uscite per capo abbattuto, e stabilisce che «la migliore correlazione è risultata quella tra i valori della densità del Piano di prelievo in funzione dello sforzo di caccia, utilizzando una Funzione Potenza con esponente negativo».
Dove questa facoltà sia esercitata, il numero di caprioli abbattibili in un distretto non è derivato dalla consistenza della popolazione, ma dal numero di uscite venatorie necessarie l’anno precedente per abbattere un capo.
Si tratta di un indice di cattura per unità di sforzo. La letteratura sulla gestione della pesca ha documentato da tempo che tale indice non è proporzionale all’abbondanza: la cattura per unità di sforzo può rimanere stabile mentre lo stock diminuisce, fenomeno noto come iperstabilità, e può inoltre variare per effetto di mutamenti nella catturabilità indipendenti dalla densità, fra i quali il progresso tecnologico degli strumenti impiegati.
La questione è stata posta anche sugli ungulati e su dati italiani nella letteratura tecnica di riferimento del settore. Imperio e colleghi (2010) hanno esaminato specificamente se le statistiche venatorie costituiscano un buon indice dell’abbondanza delle popolazioni di ungulati e hanno concluso che il loro impiego a tale scopo richiede cautela; fra gli autori figura Stefano Focardi, che contribuì alla revisione dei testi delle Linee guida ISPRA sui cervidi e bovidi. La domanda alla quale il protocollo toscano risponde affermativamente è dunque la stessa che la letteratura specialistica ha posto in forma problematica. Il protocollo del 2026 dichiara il procedimento, lo modella, lo calibra su quattro gruppi di ambiti e ne riporta i valori di R², configurandosi come un ripiego tecnicamente documentato di fronte alla riduzione della capacità di censire. Resta che la consistenza della popolazione non figura più nel calcolo.
La procedura prevede cinque casi. Quando il piano precedente sia stato realizzato per oltre l’80% e lo sforzo di caccia sia diminuito, il piano si ricalcola con un incremento non superiore al 15%; quando sia stato realizzato per meno del 55% e lo sforzo sia aumentato, si ricalcola con una riduzione entro il medesimo limite; nei restanti tre casi la prescrizione è «nessuna variazione del PPA rispetto all’anno precedente». In tre casi su cinque, dunque, il piano dell’anno successivo coincide con quello dell’anno precedente. Il protocollo non esplicita un fondamento demografico del limite del 15%, che opera come vincolo amministrativo di scostamento.
L’incremento utile annuo è la differenza fra due censimenti consecutivi, corretta per il prelievo, e la sua misura richiede che i due censimenti siano stati eseguiti con lo stesso metodo. È inoltre la condizione perché la valutazione quinquennale prescritta dall’ISPRA riduca effettivamente l’errore sulla tendenza.
In Toscana i metodi di censimento e di calcolo delle consistenze sui cervidi e sui mufloni sono stati standardizzati soltanto nel 2017, con decreto del 6 giugno. Nel 2020 sono state adottate nuove linee guida regionali. Il protocollo del 2023 descriveva la relazione fra piano di prelievo e sforzo di caccia mediante funzioni lineari, con una curva unica per l’intera regione; quello del 2026 ha sostituito quelle funzioni con una funzione potenza a esponente negativo, che restituisce valori di R² «quasi doppi», e la curva unica con quattro curve distinte per gruppi di ambiti.
Per il cinghiale, la consistenza era determinata «raddoppiando il numero degli abbattimenti». Il Consiglio regionale ha osservato che il procedimento reggeva finché le giornate di caccia restavano costanti e che, dopo l’ampliamento del periodo di prelievo introdotto dalla legge regionale 10/2016, «non può certamente più essere seguito»; e ha rilevato che, sulla stima delle consistenze, «non è sempre chiaro il relativo criterio».
La serie storica toscana relativa al periodo 2000-2026 attraversa quindi almeno quattro cambi di metodo. La differenza fra due conteggi successivi eseguiti con metodi diversi non misura la variazione della popolazione, ma la somma non separabile della variazione della popolazione e della variazione del metodo. La riduzione dell’errore che la valutazione pluriennale dovrebbe garantire non si realizza.
Il cinghiale: il quadro nazionale
Nel gennaio 2023 l’ISPRA ha presentato la prima indagine di dettaglio sul cinghiale condotta su scala nazionale, relativa al periodo 2015-2021.
I risultati ufficiali sono i seguenti. La consistenza minima stimata al 2021 è di circa un milione e mezzo di capi. Il prelievo medio annuo del periodo è di circa 300.000 animali, dei quali 257.000 in caccia ordinaria e 42.000 in controllo faunistico, e nel corso del periodo è aumentato del 45%. I danni all’agricoltura sono risultati di poco inferiori a 120 milioni di euro su oltre 105.000 eventi, con importi annuali oscillanti fra 14,6 e 18,7 milioni. L’Istituto descrive «un generalizzato aumento degli indicatori (prelievi in caccia, prelievi in controllo, danni)» e afferma che tale aumento «richiede l’adozione urgente di una strategia di intervento nazionale».
La Banca Dati Ungulati aveva registrato, per il decennio precedente, una consistenza di 600.000 capi nel 2005 e di 900.000-1.000.000 nel 2010, con un prelievo passato da 114.831 a 154.000 animali; dichiarava però la prima stima «largamente approssimativa» e riconosceva una «grave carenza di informazioni circa la consistenza delle popolazioni di Cinghiale» su quasi tutto il territorio nazionale. Quella serie si interrompe nel 2010.
Non è possibile, sulla base di questi dati, ricostruire un incremento annuo della popolazione né quantificare il prelievo che ne arresterebbe la crescita: l’Istituto non pubblica una serie nazionale comparabile della consistenza per il periodo 2015-2021, la stima del 2021 è dichiarata come minima, e il prelievo della singola annata 2021 non è distinto dalla media di periodo. Quanto si può affermare è che l’aumento del 45% degli abbattimenti complessivi, comprendenti caccia ordinaria e controllo faunistico, non ha impedito il permanere di una consistenza molto elevata né l’aumento dei danni registrati nel periodo.
La composizione del prelievo merita attenzione sul piano demografico. In una specie poligina, il prelievo delle femmine riproduttive e degli individui giovani incide sul potenziale di crescita più direttamente della rimozione dei maschi adulti; i dati ISPRA mostrano una composizione degli abbattimenti con il 51% di maschi e il 60% di adulti, e l’Istituto sostiene l’esigenza di prelievi selettivi e programmati.
La modalità di caccia prevalente è la braccata con cani da seguita, che rappresenta l’88% degli animali prelevati. Sul suo effetto la Banca Dati Ungulati esprime una valutazione propria, che va riportata come tale e che non discende dai dati qui elaborati: secondo l’Istituto la braccata «crea spesso una destrutturazione delle popolazioni, caratterizzate da elevate percentuali di individui giovani, responsabili di un sensibile aumento dei danni alle colture».
Il contributo della predazione naturale
Nell’Appennino aretino l’analisi di 2.150 escrementi di lupo raccolti in un decennio, condotta in un’area in cui l’impatto relativo della predazione e del prelievo umano è stato confrontato direttamente, attribuisce al cinghiale il 63,2% della biomassa predata e al capriolo il 32,4%. La predazione corrisponde all’8,9% della popolazione di cinghiali dell’area di studio e all’1,1% di quella di caprioli.
La predazione è selettiva: la ricerca documenta nei lupi una marcata preferenza per cinghiali di 10-35 chilogrammi, corrispondenti ai giovani dell’anno, nonché per i piccoli e i giovani di capriolo rispetto agli adulti. Si tratta della classe il cui prelievo inciderebbe sul potenziale di crescita più direttamente di quello dei maschi adulti, e sulla quale il prelievo venatorio non è concentrato, sicché una medesima frazione rimossa dai giovani incide, in termini demografici, più della stessa frazione rimossa dai maschi adulti.
Una meta-analisi condotta dall’Università di Siena su sedici studi relativi a ventuno aree indica il cinghiale come preda principale del lupo in Italia, con un’occorrenza media del 49% nella dieta, davanti al capriolo (24%) e al bestiame (18%).
Il valore dell’8,9% non è trasferibile alla scala nazionale, poiché il lupo non è distribuito uniformemente e la misura proviene da una singola area di studio. Quanto se ne ricava è che, dove è stata misurata, la predazione ha interessato una frazione non marginale della popolazione di cinghiale e si è concentrata sulla classe di età demograficamente più rilevante. La predazione dovrebbe pertanto essere quantificata nei bilanci gestionali locali: nei documenti gestionali esaminati essa non risulta quantificata sistematicamente, benché le Linee guida ISPRA prescrivano che il tasso di prelievo tenga conto anche delle «perdite causate da altri fattori di mortalità indipendenti dalla caccia» e riconoscano che la predazione può costituire una componente rilevante della mortalità annuale.
Il costo della predazione sulla zootecnia è stato quantificato dall’ISPRA. Nello studio relativo al periodo 2015-2019, a fronte di 17.989 eventi di predazione accertati risultano predati 43.714 capi di bestiame, con una media di 8.742 capi l’anno, dei quali l’82% ovicaprini; gli indennizzi erogati nel quinquennio ammontano a 9.006.997 euro, per una media di circa 1,8 milioni di euro l’anno. L’ISPRA avverte che l’impatto complessivo è sottostimato, poiché non tutti gli eventi vengono rinvenuti o denunciati e per alcuni casi mancano dati completi sugli indennizzi. L’impatto è fortemente concentrato: il 25,9% delle aziende ovine colpite subisce il 73,3% dei capi predati, il che configura un problema distributivo che richiede indennizzi adeguati e misure di prevenzione.
Le due grandezze economiche qui richiamate non sono confrontabili come misure del costo sociale complessivo, e vanno tenute distinte prima ancora di essere accostate: gli indennizzi per le predazioni da lupo riflettono i bilanci regionali, i tassi di denuncia e i regimi di indennizzo vigenti; i danni all’agricoltura da cinghiale, che l’indagine ISPRA quantifica separatamente in oltre 17 milioni di euro l’anno, sono rilevati con criteri di valutazione diversi. Si tratta di esiti amministrativi registrati, provenienti da due indagini distinte, e non se ne trae alcun rapporto.
Il lupo e il suo declassamento
Negli anni Sessanta il lupo era pressoché estinto in Europa e in Italia se ne contavano poche decine. Nel 1979 la Convenzione di Berna gli ha riconosciuto lo stato di specie rigorosamente protetta; la Direttiva Habitat ha recepito quel regime; la legge 157/1992 lo ha incluso fra le specie particolarmente protette. Il monitoraggio nazionale dell’ISPRA stima nel 2020-2021 una popolazione italiana di 3.501 individui, con intervallo compreso fra 2.949 e 3.945, mentre la popolazione europea è oggi stimata in oltre 20.000 individui. Si tratta di un rilevante recupero demografico e territoriale, che discende da una sequenza definita: una valutazione scientifica dello stato di conservazione, la sua traduzione in un vincolo giuridico, e l’applicazione continuativa di quel vincolo per quarant’anni.
Il 7 marzo 2025 la decisione della Convenzione di Berna che declassa il lupo da specie rigorosamente protetta a specie protetta è entrata in vigore; la Direttiva (UE) 2025/1237 ha adeguato la Direttiva Habitat; il decreto del Ministero dell’Ambiente pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 gennaio 2026 ha spostato il lupo dall’Allegato D all’Allegato E del d.P.R. 357/1997; la legge 17 marzo 2026, n. 36, entrata in vigore il 9 aprile 2026, ha delegato all’articolo 7 il Governo ad adeguare la normativa nazionale, compresa la legge 157/1992, alla Direttiva (UE) 2025/1237.
Il declassamento è stato adottato sulla base della crescita complessiva della popolazione europea, e non in assenza di dati. È stato contestato da una parte qualificata della comunità scientifica. La Large Carnivore Initiative for Europe, che è il gruppo di specialisti dell’Unione internazionale per la conservazione della natura dedicato ai grandi carnivori europei, ha formalmente rilevato che una tendenza favorevole alla scala continentale non garantisce lo stato di conservazione soddisfacente di ciascuna popolazione, che la decisione non è accompagnata da una valutazione delle conseguenze locali, e che non è dimostrata l’efficacia del prelievo nel ridurre i conflitti con la zootecnia.
Il monitoraggio del lupo merita di essere considerato anche per il modo in cui è stato condotto, poiché costituisce il termine di paragone che manca agli ungulati. Esso ha impiegato protocolli standardizzati applicati simultaneamente su tutto il territorio, una rete di tremila operatori formati, e ha restituito una stima corredata del proprio intervallo di confidenza. Nel presentarne i risultati, l’ISPRA osserva che la stima di distribuzione e consistenza del lupo non era «mai stata adeguatamente documentata, a scala nazionale, attraverso attività di monitoraggio coordinate», che i conteggi locali precedenti non erano «omogenei nelle modalità» né «eseguiti in contemporanea», e che la disomogeneità delle strategie di monitoraggio, dovuta alla frammentazione amministrativa e all’assenza di coordinamento fra enti locali, era «una delle principali minacce per la conservazione della specie». L’Istituto enuncia infine il principio metodologico: «ogni grandezza che descriviamo ha un grado di incertezza che andrebbe sempre stimato».
Figura 2. Stessa capacità tecnica, condizioni istituzionali diverse. (a) La stima nazionale del lupo (La Morgia et al., 2022) è accompagnata dal proprio intervallo di confidenza a ogni livello di aggregazione. (b) Le consistenze nazionali degli ungulati cacciati (Banca Dati Ungulati, dati al 2010; asse logaritmico) sono pubblicate senza coefficiente di variazione né intervallo. La differenza non riguarda la competenza tecnica dell’Istituto, ma le condizioni nelle quali i due quadri sono stati prodotti: mandato, coordinamento, standardizzazione e risorse.
Quel principio non è applicato nel quadro nazionale pubblicato per i cervidi e i bovidi cacciati. Per il lupo, che non è oggetto di caccia ordinaria, lo Stato ha prodotto una stima nazionale coordinata e ne ha dichiarato l’incertezza; per le specie il cui prelievo dipende dalla precisione della stima, l’ultimo quadro nazionale risale al 2009 e non reca alcuna misura dell’errore.
La differenza non è di competenza tecnica, poiché l’istituto è il medesimo e le Linee guida del 2013 insegnano, per gli ungulati, i principi di standardizzazione, controllo della rilevabilità e quantificazione dell’incertezza che nel 2020 sono stati applicati al monitoraggio del lupo. La differenza è nelle condizioni: il monitoraggio del lupo ha avuto un mandato nazionale, un coordinamento unico, protocolli imposti e un finanziamento dedicato; il monitoraggio degli ungulati cacciati è affidato alla trasmissione di dati prodotti localmente, con metodi eterogenei, da soggetti privi di risorse e in parte interessati all’esito. L’ISPRA raccoglie e armonizza ciò che riceve, e ciò che riceve dipende da come lo Stato ha organizzato e finanziato la rilevazione.
Il disegno di legge 1552 alla prova di questi dati
Il regime vigente va enunciato con precisione. Per alcune materie indicate dalla legge 157/1992 — fra cui i calendari venatori e il controllo della fauna che arreca danni — la richiesta del parere all’ISPRA è obbligatoria, ma l’Istituto stesso chiarisce che in tali casi «l’espressione del parere è obbligatoria ma non è vincolante per le Amministrazioni». L’obbligo di uniformarsi opera soltanto nei casi specificamente previsti dall’articolo 18.
Il disegno di legge 1552, all’articolo 11, elimina dall’articolo 18 la clausola che, nei casi ivi previsti, impone alle Regioni di uniformarsi al parere dell’ISPRA; qualifica inoltre i pareri come consultivi, consente alle Regioni di discostarsene con adeguata motivazione e affianca all’Istituto il Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale. Le disposizioni relative agli uccelli sono state analizzate nella Puntata I.
Occorre considerare che cosa quel parere sia già divenuto per gli ungulati.
Il protocollo toscano 2026-2028 stabilisce che «il parere favorevole concesso da ISPRA al presente protocollo include il parere ai piani presentati entro il suddetto portale e approvati dalla Regione […] per il periodo di validità del protocollo». L’ISPRA ha dunque espresso, nell’aprile 2026, parere favorevole su tutti i piani di prelievo delle annate 2026, 2027 e 2028: piani annuali che al momento del parere sul protocollo non erano ancora stati inseriti nel portale regionale né approvati dalla Regione, e che non saranno sottoposti a un nuovo parere formale. L’Istituto conserva le credenziali di accesso al portale regionale e «la possibilità di consultazione in ogni momento dei dati in esso inseriti», facoltà che non equivale a una valutazione tecnica dei singoli piani.
Il regolamento dell’Emilia-Romagna del 2024 prevede che «la Regione sui piani di prelievo acquisisce il parere dell’ISPRA anche attraverso la sottoscrizione di appositi protocolli di intesa». In Piemonte il documento di organizzazione e gestione degli ungulati ha durata quinquennale, e le proposte di modifica del regolamento locale di prelievo selettivo si intendono approvate in assenza di osservazioni regionali entro quarantacinque giorni; i piani annuali continuano a essere approvati dalla Giunta regionale sulla base di censimenti o indici di presenza.
Nei casi esaminati, la verifica tecnica sui singoli piani — che costituisce l’anello di controllo del metodo — è stata in parte ricondotta, su iniziativa delle Regioni, a protocolli o autorizzazioni-quadro pluriennali. In Piemonte, il meccanismo di silenzio-assenso riguarda invece le modifiche al regolamento locale di prelievo, non l’approvazione dei piani annuali.
Le disposizioni che incidono sugli ungulati
L’articolo 8 autorizza, per la caccia di selezione agli ungulati, «l’uso di strumenti ottici e optoelettronici», compresi i dispositivi per la visione notturna, purché non costituiscano materiale di armamento.
Tali strumenti accrescono la probabilità di individuazione e di abbattimento. Non è dimostrato che ogni dispositivo riduca il numero di uscite per capo abbattuto, poiché l’effetto dipende dall’organizzazione delle uscite, dalle quote assegnate, dall’ambiente e dal comportamento dei cacciatori. È però possibile enunciare la conseguenza in forma condizionale, e riguarda la procedura toscana descritta sopra: l’introduzione di strumenti che aumentano la probabilità di individuazione e abbattimento può ridurre lo sforzo osservato a parità di densità; e se l’indice non viene ricalibrato per tenere conto del mutamento tecnologico, la procedura interpreta l’aumento della catturabilità come aumento della popolazione e lo traduce in un piano di prelievo più elevato. È il meccanismo che nella gestione della pesca è noto come technological creep, e che vi è riconosciuto come una causa della variazione della catturabilità indipendente dall’abbondanza. La trasposizione dal contesto marino a quello terrestre richiede cautela, poiché la caccia agli ungulati è vincolata dal territorio, non ha finalità commerciali e dipende dal comportamento dei singoli cacciatori; il punto che qui rileva è tuttavia indipendente dal contesto, e riguarda l’impossibilità, per un indice fondato sullo sforzo, di distinguere una variazione della catturabilità da una variazione della densità quando l’indice non venga ricalibrato.
Il testo introduce eccezioni al divieto di caccia su terreno innevato, estendendole al prelievo selettivo degli ungulati e alla braccata al cinghiale. La braccata rappresenta l’88% degli abbattimenti di cinghiale, ed è associata dalla Banca Dati Ungulati alla destrutturazione delle popolazioni; la composizione complessiva del prelievo, con il 51% di maschi e il 60% di adulti, non è quella che ridurrebbe più direttamente il potenziale di crescita della specie.
L’articolo 10 sopprime dall’articolo 16 della legge del 1992 la clausola «senza fini di lucro» per le aziende faunistico-venatorie.
L’articolo 3 interviene sull’articolo 2 della legge 157/1992, che elenca le specie «particolarmente protette, anche sotto il profilo sanzionatorio» e che apre quell’elenco con il lupo, rimuovendovelo in coerenza con il declassamento europeo. Il lupo non diventa specie cacciabile; la modifica rende praticabili piani di contenimento e prelievi selettivi che il regime precedente rendeva assai più difficili.
Il disegno di legge aggiunge infine il termine «gestione» al titolo della legge e stabilisce che il cacciatore concorra alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema. La qualificazione è enunciata in assenza di una verifica empirica, mentre i dati ufficiali mostrano che gli abbattimenti complessivi di cinghiale, comprendenti caccia ordinaria e controllo faunistico, sono cresciuti del 45% senza impedire il permanere di una consistenza molto elevata né l’aumento dei danni registrati.
Che cosa una riforma dovrebbe contenere
Una riforma della legge 157/1992 sarebbe motivata, poiché il testo vigente ha trentaquattro anni e precede la ricomparsa dei grandi carnivori, l’espansione del cinghiale, l’introduzione della peste suina africana e la riduzione del numero dei cacciatori. Ciò che i dati qui esposti indicano come difettoso, tuttavia, non è il parere dell’ISPRA, bensì l’insieme delle condizioni che lo precedono.
Quanto al monitoraggio, la rilevazione della consistenza andrebbe affidata a un sistema nazionale che ne garantisca l’indipendenza dai soggetti regolati e che produca, insieme alla stima, il coefficiente di variazione e gli elementi necessari a propagare l’incertezza delle variazioni temporali: senza tali elementi non è possibile stabilire se gli scarti da cui dipende il prelievo siano distinguibili da zero. È quanto è stato fatto su scala nazionale per il lupo, mentre per gli ungulati cacciati non è stato istituito e finanziato un programma nazionale analogo. Le basi tecniche esistono dal 2013; ciò che manca è un programma nazionale finanziato che le applichi in modo uniforme e continuativo. Un sistema di questo tipo esige personale, formazione, campionamento, infrastrutture e continuità finanziaria, e non può essere prodotto dalla sola modifica delle regole. Il suo costo va commisurato ai 120 milioni di euro di danni da cinghiale registrati fra il 2015 e il 2021.
Quanto alla densità obiettivo, essa andrebbe derivata da parametri misurabili del territorio secondo un criterio nazionale: la proposta ISPRA di linee guida del 2011 esiste da quindici anni e non è mai stata resa vincolante.
Quanto ai metodi, un protocollo nazionale di censimento uniforme e stabile nel tempo è la condizione perché la valutazione pluriennale prescritta dalle Linee guida riduca effettivamente l’errore.
Quanto alla scala, la gestione andrebbe riferita alle popolazioni biologiche, secondo il modello che l’Emilia-Romagna ha adottato per il cervo; la Banca Dati Ungulati andrebbe riattivata e pubblicata con cadenza definita.
Nessuno di questi elementi richiede conoscenze che l’Italia non possieda. La competenza tecnica è disponibile; mancano le risorse per esercitarla e il vincolo giuridico che la renderebbe efficace. Una riforma sottoposta a invarianza finanziaria può cambiare le regole del prelievo, ma non costruisce il sistema pubblico di misura dal quale quelle regole dovrebbero dipendere.
Il risultato di questa analisi è netto: il sistema nazionale italiano non consente di verificare quantitativamente la sostenibilità del prelievo degli ungulati. Non per difetto di conoscenze tecniche — le Linee guida dell’ISPRA insegnano dal 2013 come stimare le consistenze, come quantificarne l’incertezza e quale potenza statistica occorra per riconoscere una tendenza demografica — ma perché la loro applicazione richiede risorse che non risultano essere state garantite in modo uniforme e continuativo, e perché per gli ungulati cacciati non è stato istituito e finanziato un programma nazionale analogo a quello realizzato per il lupo. L’ultimo quadro pubblicato risale al 2009; le stime di consistenza non sono accompagnate dalla propria incertezza; la continuità dei metodi non è garantita; i bilanci non sono coordinati alla scala delle popolazioni biologiche; le densità obiettivo non sono ancorate a criteri nazionali misurabili.
Gli scarti fra incremento e prelievo che il metodo dovrebbe governare sono piccoli rispetto alle fonti d’incertezza documentabili. Per muflone, capriolo e cervo, la sola variazione dello scenario adottato per i carnieri intermedi produce un intervallo più ampio dello scarto riportato. L’incertezza principale, quella delle consistenze, non è quantificabile. Il sistema non permette quindi di distinguere un margine demografico reale da un risultato prodotto dai metodi di rilevazione e dalle assunzioni di calcolo.
Il camoscio alpino rende evidente la portata del problema. La sua stima nazionale diminuisce del 3,7% in cinque anni e il prelievo registrato eccede l’incremento ricostruito di 0,8 punti l’anno. I dati non consentono di stabilire se la diminuzione sia reale né di attribuirla al prelievo; mostrano però che, nella specie con il margine più stretto, il quadro nazionale non era in grado di verificare la grandezza da cui dipendeva la decisione. In queste condizioni la sostenibilità del prelievo non è dimostrata e non può essere certificata dall’amministrazione su base quantitativa.
Il sistema non è soltanto povero di dati; nel caso toscano qui documentato manca anche una separazione istituzionale fra chi contribuisce a produrre la misura e chi beneficia del prelievo. I censimenti dipendono in larga misura dagli ATC e dai cacciatori, mentre gli stessi organismi concorrono alla gestione e hanno un interesse diretto all’esito della misura. È un conflitto di interesse strutturale, che richiede controllo pubblico indipendente. La capacità di misura si è inoltre ridotta: i censimenti vengono diradati; in Toscana il piano può essere determinato dallo sforzo di caccia anche quando la consistenza non viene rilevata; i metodi cambiano nel tempo; la densità obiettivo resta affidata alle Regioni senza criteri nazionali vincolanti. In alcuni dei casi esaminati la verifica tecnica sui singoli piani è stata ricondotta a protocolli o autorizzazioni-quadro pluriennali.
Sul cinghiale l’esito gestionale è già visibile nei dati ufficiali. L’aumento del 45% degli abbattimenti complessivi non ha impedito il permanere di una consistenza molto elevata né l’aumento dei danni, e il prelievo non è concentrato sulle classi che incidono più direttamente sul potenziale di crescita. La predazione naturale, che localmente può rimuovere una quota rilevante dei giovani, non risulta quantificata sistematicamente nei bilanci esaminati, benché le Linee guida ISPRA prescrivano di considerare anche le perdite causate da fattori di mortalità indipendenti dalla caccia.
Il disegno di legge 1552 interviene aumentando la catturabilità e ampliando alcune modalità di prelievo, mentre riduce il peso procedurale del controllo tecnico uniforme. Non istituisce un monitoraggio nazionale, non prescrive la quantificazione dell’incertezza, non stabilisce criteri comuni per le densità obiettivo e non riporta la gestione alla scala biologica. L’articolo 21 impone inoltre che la legge sia attuata senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica. La riforma introduce quindi maggiore capacità di prelievo, ma non finanzia la capacità pubblica di misurarne gli effetti.
La riforma necessaria deve precedere l’ampliamento del prelievo. Lo Stato deve produrre stime indipendenti, comparabili nel tempo e accompagnate dalla propria incertezza; deve fissare criteri nazionali per le densità obiettivo, mantenere protocolli stabili e coordinare i bilanci alla scala delle popolazioni biologiche. La Banca Dati Ungulati deve essere riattivata e pubblicata con cadenza definita. Tutto ciò richiede stanziamenti dedicati, non la semplice redistribuzione di risorse già insufficienti.
Una legge non può dichiarare sostenibile ciò che il sistema di misura non è in grado di verificare. La capacità tecnica per costruire un sistema adeguato esiste e non è in discussione: il manuale che prescrive come farlo è stato pubblicato dall’istituto tecnico dello Stato nel 2013, e il monitoraggio nazionale del lupo dimostra che quelle prescrizioni funzionano quando esistono un mandato, un coordinamento e risorse dedicate. Ciò che manca non è il sapere, ma la decisione di finanziarlo. Una riforma che modifica le regole del prelievo senza finanziare la conoscenza necessaria a governarlo resta una riforma a costo zero della disciplina, non della capacità pubblica di decidere.
Dati della Tabella 1. Le consistenze del 2005 e i prelievi della stagione 2004-05 sono tratti dal rapporto della Banca Dati Ungulati relativo al periodo 2001-2005 (Carnevali et al., 2009), verificato sul testo primario per il cervo (Tabelle 4 e 5: 62.913 capi e 7.978 abbattimenti). Le consistenze del 2010 e i carnieri della stagione 2009-10 sono tratti dalla Tabella 1.2 delle Linee guida ISPRA 91/2013, che li attribuisce al rapporto della Banca Dati Ungulati 2006-2010 di Riga e Toso: capriolo 457.794 e 70.170; cervo 67.788 e 10.032; daino 17.697 e 3.770; camoscio 131.714 e 12.889; muflone 19.670 e 1.913.
Una successiva pubblicazione divulgativa realizzata nell’ambito della collaborazione fra ISPRA e associazioni venatorie e ambientaliste riporta, per il capriolo e per il daino, valori diversi da quelli del manuale tecnico. Per coerenza gerarchica delle fonti è stata adottata la Tabella 1.2 delle Linee guida ISPRA 91/2013.
Ricostruzione dell’incremento annuo. L’ISPRA non pubblica l’incremento utile annuo a scala nazionale. Il valore riportato nella Tabella 1, che va inteso come tasso annuo costante implicito nella chiusura del bilancio, è ottenuto risolvendo numericamente per r la relazione ricorsiva
Nₜ₊₁ = Nₜ (1 + r) − Hₜ
applicata sui cinque passi che separano le due consistenze, con Hₜ interpolato linearmente fra il prelievo della stagione 2004-05 e quello della stagione 2009-10; la radice è ottenuta con l’algoritmo di Brent.
Tasso di prelievo. Il valore riportato è la media dei due tassi annui osservati, ossia del rapporto fra prelievo e consistenza nel 2004-05 e del medesimo rapporto nel 2009-10.
Limite della ricostruzione. Poiché r è determinato imponendo la chiusura del bilancio sulla consistenza finale, esso è legato per costruzione alla variazione osservata della consistenza. Nei dati esaminati il segno dello scarto fra incremento e prelievo coincide, per tutte e cinque le specie, con quello della variazione della consistenza; tale coincidenza non costituisce una verifica indipendente del metodo di gestione, e il daino non ne è un controllo positivo. I valori della Tabella 1 sono stime puntuali condizionate alle assunzioni adottate, e non possono essere impiegati per inferire i parametri demografici reali delle popolazioni.
Assunzioni del bilancio. La ricostruzione assume popolazioni chiuse e tasso di crescita annuo costante, escludendo per costruzione immigrazione, emigrazione, mortalità illegale, eventi epizootici, stocasticità ambientale, dipendenza dalla densità e dinamiche di struttura d’età. Nessuna delle variazioni riportate nella Tabella 1 può quindi essere attribuita al solo prelievo venatorio.
Sensibilità allo scenario adottato per i carnieri intermedi. I carnieri delle annate intermedie non sono pubblicati. Adottando in luogo dell’interpolazione lineare i due scenari estremi di carniere costante al valore iniziale e costante al valore finale, l’incremento ricostruito varia entro un intervallo di ampiezza pari a 6,4 punti percentuali per il muflone, 5,4 per il capriolo, 3,3 per il daino, 3,2 per il cervo e 0,4 per il camoscio alpino. Per tre specie su cinque — muflone, capriolo e cervo — la sola variazione dello scenario produce quindi un intervallo più ampio dello scarto riportato nella Tabella 1.
Incertezza delle stime e sua propagazione. L’ISPRA dichiara che il dettaglio dei dati della Banca Dati Ungulati varia considerevolmente per differenze nelle modalità e nell’accuratezza dei censimenti, e che dati parziali sono stati estrapolati alle unità di gestione ove mancassero consistenze complessive; non è documentato se e in quale misura tale estrapolazione riguardi in modo diverso le cinque specie, il che potrebbe introdurre distorsioni specie-specifiche non quantificabili. Le stime non sono accompagnate da coefficienti di variazione né da informazioni sulla correlazione degli errori fra censimenti successivi.
Lo scarto fra incremento e prelievo è un tasso annuo ricavato da due stime di consistenza separate da cinque anni: la sua incertezza non coincide con l’errore di un singolo censimento e va propagata attraverso il calcolo. La propagazione richiede il coefficiente di variazione delle stime e la struttura di correlazione dei loro errori, poiché un errore sistematico stabile si cancella in larga parte nel rapporto fra due consistenze — consentendo di riconoscere tendenze più piccole dell’errore assoluto di ciascun conteggio — mentre un mutamento di metodo, di copertura o di rilevabilità aumenta l’incertezza in misura non quantificabile. Nessuna delle due informazioni è disponibile.
Nessun valore di precisione è attribuito in questa analisi alle stime della Banca Dati Ungulati, poiché l’Istituto non ne dichiara alcuno. Le conclusioni non poggiano su una stima dell’errore, ma sulla sua indisponibilità.
Dati sul cinghiale. ISPRA, indagine nazionale 2015-2021, presentata il 13 gennaio 2023. I valori sono riportati nella forma pubblicata dall’Istituto: consistenza minima al 2021 di circa 1.500.000 capi; prelievo medio annuo del periodo di circa 300.000 capi (257.000 in caccia ordinaria, 42.000 in controllo); aumento degli abbattimenti complessivi del 45% nel periodo; danni all’agricoltura di poco inferiori a 120 milioni di euro su oltre 105.000 eventi, con importi annuali fra 14,6 e 18,7 milioni e una media annua superiore a 17 milioni; braccata con cani da seguita pari all’88% degli abbattimenti; prelievo composto per il 51% di maschi e per il 60% di adulti. L’Istituto non pubblica una serie nazionale comparabile della consistenza per il periodo, né il prelievo della singola annata 2021 distinto dalla media: non è quindi possibile ricostruire un incremento annuo della popolazione né quantificare il prelievo che ne arresterebbe la crescita. La Banca Dati Ungulati riportava per il 2005 una consistenza di 600.000 capi, dichiarata dall’Istituto «largamente approssimativa», e per il 2010 una consistenza di 900.000-1.000.000, con prelievi di 114.831 e 154.000 capi; la serie si interrompe nel 2010.
Dati sul lupo. La Morgia et al. (2022): 3.501 individui, con intervallo compreso fra 2.949 e 3.945. Le stime disaggregate per le regioni alpine (952, intervallo 816-1.120) e peninsulari (2.557, intervallo 2.127-2.844) sono prodotte da modelli distinti e non sommano esattamente al totale nazionale, che è stimato separatamente. Rilevamento condotto fra ottobre 2020 e aprile 2021 con protocolli standardizzati applicati simultaneamente sull’intero territorio e una rete di circa 3.000 operatori formati.
Dati sulla predazione. Bassi et al. (2020) per l’Appennino aretino: analisi di 2.150 escrementi raccolti in un decennio; biomassa predata 63,2% cinghiale e 32,4% capriolo; predazione pari all’8,9% della popolazione di cinghiali e all’1,1% di quella di caprioli; marcata preferenza per cinghiali di 10-35 kg e per piccoli e giovani di capriolo. Il valore è riferito alla sola area di studio e non è estrapolabile a scala nazionale. Mori et al. (2017) per la composizione della dieta a scala nazionale: meta-analisi su 16 studi relativi a 21 aree, con occorrenza media del cinghiale pari al 49%, del capriolo al 24% e del bestiame al 18%.
Impatto del lupo sulla zootecnia. Gervasi et al. (2022): 17.989 eventi, 43.714 capi predati (media 8.742 annui, 82% ovicaprini), indennizzi erogati per 9.006.997 euro nel quinquennio, pari a circa 1,8 milioni di euro l’anno; 25,9% delle aziende ovine colpite subisce il 73,3% dei capi predati. L’ISPRA avverte che l’impatto complessivo è sottostimato, poiché non tutti gli eventi vengono rinvenuti o denunciati e per alcuni casi mancano dati completi sugli indennizzi. Il confronto con i danni agricoli attribuiti al cinghiale mette in rapporto grandezze non omogenee — indennizzi erogati da un lato, danni rilevati dall’altro, provenienti da indagini distinte — e va inteso come confronto fra esiti amministrativi registrati anziché fra costi sociali comparabili.
Dati sulla gestione regionale. Regione Toscana, deliberazione della Giunta regionale n. 564 dell’11 maggio 2026, Protocollo per la gestione dei Cervidi e Bovidi in Toscana, anni 2026-2028, allegato A (parere ISPRA prot. 0303705 del 17 aprile 2026); Piano faunistico venatorio regionale 2025-2030 (deliberazione del Consiglio regionale n. 60 del 29 luglio 2025); legge regionale 9 febbraio 2016, n. 10. Consiglio regionale della Toscana, Nota informativa sull’attuazione delle politiche regionali n. 40, novembre 2018. Regione Emilia-Romagna, regolamento regionale 21 giugno 2024, n. 3, e programmi annuali operativi dei comprensori ACATER. Regione Piemonte, D.G.R. n. 94-3804 del 27 aprile 2012 e successive modificazioni.
Ambito delle conclusioni. La documentazione dettagliata sul monitoraggio riguarda la Toscana; le conclusioni generali riguardano l’assenza di un sistema nazionale uniforme, non l’assenza di monitoraggio pubblico in ogni amministrazione, poiché province autonome, enti parco e singole strutture regionali dispongono di personale tecnico proprio. Le conclusioni sulla verificabilità riguardano il quadro nazionale pubblicato, e non escludono che singole unità di gestione abbiano disposto di serie locali più frequenti e omogenee, che questo lavoro non esamina.
Perimetro documentale. Le affermazioni relative all’assenza di aggiornamenti, di procedure o di misure di incertezza si riferiscono alla documentazione pubblicamente reperibile nei cataloghi ISPRA, negli atti normativi e nei documenti regionali citati. Eventuali dataset, relazioni o procedure interne non pubblicati non sono valutabili in questa analisi.
Verifica delle disposizioni del disegno di legge. Riscontrate sul dossier del Servizio Studi della Camera dei deputati relativo all’A.S. 1552 e sul testo vigente della legge 157/1992. Questa analisi non sostiene che la riforma apra la caccia nei parchi nazionali, che sopprima l’ISPRA o che renda il lupo specie cacciabile.
Dati sugli ungulati. Carnevali L., Pedrotti L., Riga F. & Toso S. (2009), Banca Dati Ungulati: status, distribuzione, consistenza, gestione e prelievo venatorio delle popolazioni di Ungulati in Italia. Rapporto 2001–2005, Biologia e Conservazione della Fauna 117:1–168, ISPRA. Riga F. & Toso S. (2012), Banca Dati Ungulati, report 2006-2010, ISPRA (dati riportati nella Tabella 1.2 delle Linee guida 91/2013). ISPRA, indagine nazionale sulla gestione del cinghiale in Italia nel periodo 2015-2021, comunicato del 13 gennaio 2023.
Documenti tecnici ISPRA. Raganella Pelliccioni E., Riga F. & Toso S. (2013), Linee guida per la gestione degli Ungulati: Cervidi e Bovidi, Manuali e Linee guida 91/2013, ISPRA. ISPRA (2011), Impatto degli Ungulati sulle colture agricole e forestali: proposta per linee guida nazionali, Manuali e Linee guida 68/2011. ISPRA, Cosa sono i pareri (gestione della fauna e pareri): per le materie in cui la legge 157/1992 lo prevede la richiesta del parere è obbligatoria, ma «l’espressione del parere è obbligatoria ma non è vincolante per le Amministrazioni»; l’obbligo di uniformarsi opera nei soli casi previsti dall’articolo 18.
Lupo. La Morgia V., Marucco F., Aragno P., Salvatori V., Gervasi V., De Angelis D., Fabbri E., Caniglia R., Velli E., Avanzinelli E., Boiani M.V. & Genovesi P. (2022), Stima della distribuzione e consistenza del lupo a scala nazionale 2020/2021, relazione tecnica ISPRA-MiTE. Gervasi V., Zingaro M., Aragno P., Genovesi P. & Salvatori V. (2022), Stima dell’impatto del lupo sulle attività zootecniche in Italia. Analisi del periodo 2015-2019, ISPRA. Large Carnivore Initiative for Europe, Statement on the proposed downlisting of the wolf under the Bern Convention (2024).
Predazione. Bassi E., Gazzola A., Bongi P., Scandura M. & Apollonio M. (2020), Relative impact of human harvest and wolf predation on two ungulate species in Central Italy, Ecological Research 35:662–674, DOI 10.1111/1440-1703.12130. Mori E., Benatti L., Lovari S. & Ferretti F. (2017), What does the wild boar mean to the wolf?, European Journal of Wildlife Research 63:9, DOI 10.1007/s10344-016-1060-7.
Cattura per unità di sforzo. Imperio S., Ferrante M., Grignetti A., Santini G. & Focardi S. (2010), Investigating population dynamics in ungulates: do hunting statistics make up a good index of population abundance?, Wildlife Biology 16:205–214, DOI 10.2981/08-051. Harley S.J., Myers R.A. & Dunn A. (2001), Is catch-per-unit-effort proportional to abundance?, Canadian Journal of Fisheries and Aquatic Sciences 58:1760–1772. Marchal P. et al. (2007), Impact of technological creep on fishing effort and fishing mortality, for a selection of European fleets, ICES Journal of Marine Science 64:192–209. Hilborn R. & Walters C.J. (1992), Quantitative Fisheries Stock Assessment: Choice, Dynamics and Uncertainty, Chapman & Hall.
Atti regionali. Regione Toscana, legge regionale 9 febbraio 2016, n. 10; deliberazione della Giunta regionale n. 564 dell’11 maggio 2026; Piano faunistico venatorio regionale 2025-2030 (deliberazione del Consiglio regionale n. 60 del 29 luglio 2025). Consiglio regionale della Toscana, Nota informativa n. 40, novembre 2018. Regione Emilia-Romagna, regolamento regionale 21 giugno 2024, n. 3, e programmi annuali operativi ACATER. Regione Piemonte, D.G.R. n. 94-3804 del 27 aprile 2012 e successive modificazioni.
Quadro normativo sul lupo. Convenzione di Berna, decisione in vigore dal 7 marzo 2025. Direttiva (UE) 2025/1237. Decreto del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica del 6 novembre 2025, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 21 gennaio 2026, modificativo degli allegati D ed E del d.P.R. 8 settembre 1997, n. 357. Legge 17 marzo 2026, n. 36, entrata in vigore il 9 aprile 2026, articolo 7 (delega per l’adeguamento alla Direttiva (UE) 2025/1237).
Quadro normativo venatorio. Legge 11 febbraio 1992, n. 157, articoli 2, 16 e 18. Senato della Repubblica, XIX legislatura, Atto Senato n. 1552 (Camera, Atto C.2984), approvato dal Senato il 23 giugno 2026; C.2984, in corso di esame in Commissione alla Camera dal 30 giugno 2026: articolo 3 (specie particolarmente protette), articolo 8, nuovo comma 6-bis (strumenti ottici e optoelettronici nella caccia di selezione agli ungulati), articolo 10 (aziende faunistico-venatorie), articolo 11 (parere ISPRA e Comitato tecnico faunistico-venatorio nazionale), articolo 21 (clausola di invarianza finanziaria). Camera dei deputati, Servizio Studi, dossier sull’A.S. 1552. Per l’analisi delle disposizioni relative agli uccelli si rinvia alla Puntata I.

