CHI HA RITRATTATO DUE ARTICOLI DI PLANCK?

CHI HA RITRATTATO DUE ARTICOLI DI PLANCK?

Sul sito di Springer Nature è disponibile un PDF in vendita a 39,95 dollari. Lo si può pagare e scaricare, ma, quando lo si apre, non contiene niente: una pagina bianca e una riga che annuncia il ritiro del testo “per violazione”. L’autore di quelle pagine vuote è Max Planck, premio Nobel per la fisica, morto nel 1947 — uno scienziato le cui opere sono di dominio pubblico quasi ovunque nel mondo. Il saggio che dovrebbe trovarsi lì è stato letto, ristampato e citato per ottant’anni. Oggi, sulla piattaforma che dovrebbe custodirlo, semplicemente non esiste più.

Che a finire schedato per una “violazione di integrità” sia proprio Max Planck ha qualcosa di grottesco. Non era solo uno dei fondatori della meccanica quantistica: era un uomo la cui reputazione morale era pari a quella scientifica. Nel 1933 si presentò di persona davanti ad Adolf Hitler per opporsi alle leggi che cacciavano gli scienziati ebrei dalle università tedesche. Si può dire molto di lui, ma l’idea che abbia falsificato dati o copiato il lavoro altrui è priva di senso. Eppure è esattamente ciò che lascia intendere la parola apposta a ben due dei suoi articoli: “retracted”, “ritrattati”.

Come apprendiamo da Science, a imbattersi nella stranezza, quasi per caso, è stato Yves Gingras, storico della fisica all’Università del Québec a Montréal, mentre consultava Retraction Watch — il catalogo online dei casi di cattiva condotta scientifica. Tra le ritrattazioni attribuite a premi Nobel figuravano due articoli di Planck. La sua prima reazione è stata di puro scetticismo: doveva esserci un errore. Ha chiamato il collega Mahdi Khelfaoui, dell’Università del Québec a Trois-Rivières, e insieme hanno ricostruito cosa è successo. Si sono trovati, alla fine, a produrre la prova che la memoria della scienza, una volta diventata proprietà privata, può essere riscritta senza che nessuno nemmeno se ne accorga.

Due saggi, due ritrattazioni, nessuna frode

I due testi incriminati erano usciti all’inizio degli anni Quaranta su Naturwissenschaften, una delle riviste scientifiche tedesche più importanti del Novecento — oggi ribattezzata The Science of Nature e di proprietà del colosso editoriale Springer Nature. Sono stati marcati come “ritrattati” già nel 2011, in sordina, senza che nessuno se ne accorgesse per oltre una decina di anni.

Il primo, del 1942, è Sinn und Grenzen der exakten Wissenschaft (“Senso e limiti della scienza esatta”), un saggio filosofico sul modo in cui la conoscenza scientifica può raggiungere la certezza. Era nato come conferenza, aveva circolato come opuscolo, era uscito anche su altre due riviste e aveva trovato posto in due raccolte a stampa. La motivazione ufficiale della ritrattazione, sul sito Springer, è “violazione del copyright”: riproporre lo stesso testo in più sedi rientra in ciò che oggi si chiama autoplagio, pratica vista con sospetto perché intreccia diritti di riproduzione e perché consente di gonfiare sulla carta la propria produttività.

Solo che negli anni Quaranta non era affatto così. Ripubblicare lo stesso testo su riviste diverse era prassi normale e legittima, soprattutto per lezioni, saggi generali e interventi filosofici di scienziati celebri che volevano raggiungere pubblici diversi in un mondo editoriale frammentato e privo di internet. Anche Einstein moltiplicava le uscite dei propri scritti; nessuno, però, è andato a ritrattare i suoi lavori. Misurare con il metro del 2011 un testo del 1942, osservano i due storici, significa piegare il passato a regole che allora non esistevano. E la questione del copyright resta in ogni caso quasi vuota: Planck è morto nel 1947, e da quasi un decennio le sue opere appartengono al pubblico dominio in gran parte del mondo.

Il secondo caso è ancora più istruttivo, perché smonta del tutto la motivazione. L’articolo del 1940, Naturwissenschaft und reale Außenwelt (“La scienza della natura e il mondo reale esterno”), non è mai stato pubblicato altrove. Non esiste alcuna duplicazione. Da dove esce, allora, la presunta violazione di copyright?

Khelfaoui ha notato un dettaglio utile a capire. Poche settimane prima, nel 1940 e sulla stessa rivista, il filosofo Aloys Müller aveva attaccato le tesi di Planck in un proprio saggio. Planck replicò, e per segnalare che la sua era una risposta diretta, riprese pari pari il titolo dell’avversario. Per un lettore umano è ovvio: è un botta e risposta, una replica polemica. Per un sistema automatico che confronta titoli e metadati, due testi con lo stesso titolo nella stessa rivista vengono considerati un sospetto di duplicazione. Un falso positivo. Eppure, al di là del titolo condiviso, i due scritti non hanno quasi nulla in comune.

Vale la pena ricordare di cosa stessero discutendo, perché rende la cancellazione ancora più grave. Planck rifiutava l’interpretazione di Copenaghen — quella di Bohr e Heisenberg — secondo cui una particella non possiede uno stato definito finché non viene misurata, ma resta sospesa in una pluralità di possibilità: è la logica del gatto di Schrödinger, vivo e morto al tempo stesso finché non si apre la scatola. Per Planck, al contrario, esiste una realtà oggettiva che non dipende dall’osservatore. È un dibattito tuttora apertissimo nella filosofia della fisica. La voce di uno dei suoi protagonisti, su una questione ancora viva, è stata di fatto messa nel cassetto.

Il sospetto: nessuna mano, solo un algoritmo

Chi ha premuto il pulsante? Probabilmente nessuno. Suzanne Scarlata, chimica e biochimica al Worcester Polytechnic Institute e attuale direttrice di The Science of Nature, non sapeva nulla di queste ritrattazioni finché Science non l’ha contattata per la storia. “È assurdo”, ha commentato, “non capisco perché siano stati segnalati [come articoli da ritrattare].” Sospetta che a cancellare i testi e ad apporre la nota sia stato un sistema automatico interno alla casa editrice, capace di agire autonomamente, senza che una persona rivedesse la decisione. Quando lei stessa ha provato a scrivere un suo editoriale sulla vicenda, Springer Nature glielo ha bloccato.

Springer Nature, contattata, non è entrata nel merito: ha fatto sapere soltanto che i dettagli sulle singole ritrattazioni restano, di regola, confidenziali e vengono comunicati ai diretti interessati. Cioè, in questo caso, a un autore scomparso da quasi ottant’anni.

La tesi del “bot del copyright” resta un’inferenza, in assenza di una confessione, ma un indizio interno la rende difficile da ignorare. La pagina web della rivista parla di “copyright violation”; il PDF mostra invece la formula diversa “withdrawn due to article violation”. Due diciture diverse, di cui la seconda è priva di senso e simile a quanto potrebbe generare un LLM piuttosto scarso, sono esattamente la firma di un processo automatico e non sorvegliato. E qui sta il punto che dovrebbe inquietare più di ogni altro: di fronte al silenzio dell’editore, diventa impossibile distinguere l’errore della macchina dall’opacità di una decisione d’ufficio.

Ai fini del danno, la differenza conta poco. In entrambi i casi, si è riscritto il record scientifico senza che nessuno dovesse renderne conto e senza alcun giudizio di merito.

Perché il danno c’è, ed è doppio. Il primo è informativo: nel linguaggio contemporaneo “retraction” non è una parola neutra. Segnala al lettore che un risultato non è più affidabile, che è stato invalidato, che non va più considerato parte legittima della scienza. Le linee guida internazionali sulla comunicazione delle ritrattazioni insistono proprio su questo: lo stato di un articolo va comunicato in modo chiaro e inequivocabile, perché un’etichetta ambigua altera l’uso futuro della letteratura. Ma Planck non ha pubblicato risultati fraudolenti o comunque invalidati. Applicare a due suoi articoli l’etichetta “ritrattato” è un errore di categoria che comunica una falsità. Chi legge “retracted” pensa a una colpa scientifica o etica; la realtà è una grana di diritti mal ricostruita da un software.

Il secondo danno è ancora peggiore, e ha un risvolto quasi comico. Di norma, quando un articolo viene ritrattato, gli si sovrappone la dicitura RETRACTED ma lo si lascia consultabile: lo studioso può comunque leggerlo e capire di cosa si trattava. Qui no. Al posto del testo è rimasta una pagina vuota con una formula oscura. E ciononostante quel file svuotato è ancora in vendita a 39,95 dollari: quaranta dollari per una pagina bianca di un testo di pubblico dominio scritto da un premio Nobel morto nel 1947.

Non è un incidente: è il sistema

Per fortuna, i due saggi non sono spariti. Restano leggibili — ma su Internet Archive, attraverso scansioni non profit. Sulla piattaforma del proprietario commerciale della rivista sono oscurati; sull’archivio gratuito gestito da una fondazione sopravvivono. La memoria della scienza è conservata meglio da chi non ne possiede i diritti che da chi li detiene.

Negli ultimi decenni l’editoria scientifica si è concentrata in un oligopolio di pochi conglomerati — Springer Nature, Elsevier, Wiley — che oggi mediano la visibilità e l’accessibilità di una porzione enorme del passato scientifico. Riviste fondate più di un secolo fa con una missione comunitaria, nate per far circolare la conoscenza, sono state assorbite, digitalizzate e reinterpretate attraverso una lente completamente diversa: quella della proprietà privata. L’articolo scientifico, che era un contributo a un sapere condiviso, è diventato un’unità contabile e proprietaria — qualcosa da contare, possedere, recintare e vendere.

Ed è esattamente questa trasformazione a generare il caso di Planck. Pratiche del tutto legittime nel loro tempo — ripubblicare una conferenza, rispondere a un critico riprendendone il titolo — diventano “violazioni” solo quando vengono filtrate dalle categorie del copyright e date in pasto a un algoritmo che non conosce la storia, non sa distinguere una replica da un plagio, non ha idea di cosa fosse la cultura scientifica degli anni Quaranta. Gingras e Khelfaoui lo dicono con chiarezza: ciò che a prima vista sembra un curioso incidente attorno a un fisico famoso si rivela, in realtà, una decisione arbitraria e anacronistica presa dai proprietari odierni di una rivista storica, che ora decidono quali testi del passato possano ancora essere letti.

È questo il cuore della perversione: non l’errore del software in sé — i software sbagliano sempre, ma il fatto che la decisione su cosa resti accessibile della scienza del Novecento sia in mano a un attore privato che la prende per logiche di gestione dei diritti e di automazione dei metadati, in modo opaco, senza obbligo di rendiconto, e potendo persino monetizzare il risultato della propria cancellazione. La ritrattazione, nata come strumento per correggere il record scientifico — un atto di igiene intellettuale — diventa essa stessa uno strumento di corruzione del record quando si trasforma nel sottoprodotto di una pipeline commerciale.

E Planck, alla fine, è un caso fortunato. È abbastanza celebre da far scattare l’allarme: un’indagine, un preprint su arXiv, un articolo su Science. Il suo nome ha un peso tale da imporre una correzione. Ma Gingras e Scarlata pongono entrambe la domanda giusta, quella che dovrebbe togliere il sonno: quanti articoli di scienziati meno noti, quanti contenuti di interesse scientifico e, soprattutto, storico sono già stati cancellati allo stesso modo, sostituiti da una pagina bianca, senza che nessuno se ne accorga? Per loro non ci sarà nessuno storico che ricostruisca il caso e recuperi ciò che va recuperato, e rischiamo di perdere, per di più a causa di una selezione operata da bot, pezzi importanti della conoscenza accumulata.

Non m’importa di chi sia stato l’errore, ha detto Gingras: basta rimetterli nel database, perché intellettualmente la cosa è inaccettabile. Ha ragione, anche considerando che le pagine SpringerLink degli articoli, DOI 10.1007/BF01488952 (1940) e 10.1007/BF01475382 (1942), tuttora riportano gli articoli come ritrattati alla data di stesura di questo testo.

Ma la cosa più inaccettabile è che, in un sistema in cui la memoria della scienza è merce privata, l’automazione è utile a ridurre i costi e l’unico obiettivo è massimizzare i guadagni, questi e altri sempre più gravi problemi sono perfettamente prevedibili.


Enrico Bucci

Data lover, Science passionate, Fraud buster (when lucky...)

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