Quanto lavoro costa correggere la falsa scienza degli omeopati?

RIASSUNTO DELLE PUNTATE PRECEDENTI.

“Con buona pace dei negazionisti dell’omeopatia, a Settembre 2018 la rivista scientifica Nature ha pubblicato un importante lavoro che dimostra in modo inequivocabile gli effetti delle alte diluizioni omeopatiche e la loro efficacia terapeutica”.

Così scriveva baldanzosamente ed incautamente la Scuola Italiana di Medicina Omeopatica Hannemaniana (SIMOH) il 10 Settembre 2018.

Quel giorno infatti la rivista scientifica “Scientific Reports” (non Nature, come in grassetto suggerivano gli omeopati), aveva pubblicato un articolo di un gruppo indiano (Margar et al.) che mostrava apparentemente come un rimedio omeopatico avesse nel ratto la stessa efficienza del gabapentin.

Nessuno forse avrebbe mai dato alcun rilievo a questa notizia, per la buona ragione che non si ha il tempo di andare dietro ad ogni sciocchezza pubblicata, ma gli omeopati fremevano perché la cosa fosse comunicata con squilli di tromba e rulli di tamburo.

Il 20 Settembre 2018 scriveva per esempio su “Quotidiano Sanità” la dottoressa M. Luisa Agneni – Pneumologa specialista ambulatoriale e Omeopata Associazione LUIMO:

“Fa riflettere  che  un articolo così importante a favore dell’efficacia dell’Omeopatia  pubblicato su Nature una settimana fa a tutt’oggi sia stato sottaciuto e  non abbia avuto una immediata eco sui media del nostro paese come avrebbe meritato”

I desideri della dottoressa e degli omeopati erano prontamente esauditi, con la pubblicazione il 25 Settembre 2018 di un articoletto su Repubblica dal titolo “Supponiamo che la scienza cambi idea”, ove si affermava:

Una ricerca pubblicata su Scientific Reports conferma l’efficacia delle ultra-diluizioni omeopatiche: il medicinale omeopatico funziona e ha effetti biologici statisticamente significativi nell’alleviare il dolore neuropatico nei ratti. L’azione delle diluizioni dinamizzate è risultata simile all’effetto del “Gabapentin”

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Questo articolo di Repubblica, che oltretutto faceva da framing e false balance ad un articolo di Elena Cattaneo ed Andrea Grignolio nella stessa pagina che spiegava come mai l’omeopatia, pur essendo scientificamente infondata, dia l’impressione di funzionare, attirò immediatamente l’attenzione mia e di altri esponenti della comunità scientifica nazionale sull’articolo originale; il quale risultò completamente fallato, come ebbi modo di comunicare il giorno dopo (26 settembre 2018) pubblicando i miei primi risultati sulla rivista del CICAP, Query.

Nessuno di quelli che lodavano l’articolo sembrava aver minimamente letto l’articolo, fermandosi probabilmente all’abstract ed alle conclusioni, come il bias di conferma spesso conduce a fare chi è preda di pregiudizio e non vede nemmeno ciò che pur con il prosciutto davanti agli occhi appare evidente.

Non solo: Roberto Gava, radiato dall’ordine dei medici per le sue note posizioni sui vaccini, nonostante le critiche già pubbliche al lavoro di Margar et al. scriveva il 1 ottobre 2018 (il grassetto è di Gava):

Lo studio di Magar et al. conferma che le diluizioni omeopatiche sono efficaci e anzi aumentano la loro efficacia quando superano la soglia fisica del numero di Avogadro (0,6×10^-24). Infatti, questi ricercatori hanno dimostrato pure che esiste una correlazione positiva tra l’effetto antidolorifico e antinfiammatorio di Rhus tox e l’aumento delle sue diluizioni.


Il 3 ottobre 2018 spedii quindi alla rivista Scientific Reports un rapporto tecnico, in cui evidenziavo come il gruppo di autori in questione non solo aveva manipolato i dati nell’articolo cui aveva dato pubblicità Repubblica, ma anche in altri 3 articoli (tra cui un secondo articolo su Scientific Reports).

Il rapporto, per chi avesse curiosità di approfondire quali siano alcuni dei problemi da cui sono affetti i 4 articoli, è scaricabile qui sotto.

Del resto, la rivista Scientific Reports aveva subodorato i problemi dopo le prime notizie conseguenti al mio articolo su Wired, inserendo la seguente nota il 1 di ottobre al di sotto dell’articolo originale.

Intanto, le perplessità mie e di altri erano cresciute a tal punto, da meritare il 9 ottobre l’attenzione di Nature (quella vera, non Scientific Reports).

3 giorni dopo, il 12 Ottobre 2018, Andrea Bellelli (professore di biochimica alla Sapienza), Roberto Caminiti (professore di fisiologia alla Sapienza), Silvio Garattini (professore di farmacologia al Mario Negri), Andrea Grignolio (professore di Storia della Medicina al San Raffaele), Giandomenico Iannetti (presso il dipartimento di Neuroscienze dell’ UCL di Londra) ed io abbiamo inviato un’ulteriore lettera alla rivista scientifica, riassumendo tutti gli ulteriori dubbi e problemi sollevati dalla lettura dell’articolo pubblicato da Scientific Reports.

Come richiesto dalle linee guida internazionali in materia, la rivista interessata ha cominciato a questo punto un lavoro di rianalisi dei dati, interrogando gli autori del lavoro, e scambiando informazioni con me e gli altri estensori delle critiche quando richiesto.

Ho partecipato a teleconferenze internazionali con gli esperti di Scientific Reports, ho scritto e dibattuto per qualche mese, anche pubblicamente in varie sedi; come me, anche gli altri 5 professori hanno ingaggiato la rivista, chiedendo informazioni e vigilando che il processo andasse avanti fino al suo termine finale.

Alla fine, rianalizzare un lavoro e chiederne la ritrattazione è impegnativo quasi quanto produrre un nuovo lavoro di ricerca; ma nessuno è pagato per farlo, né ci sono finanziamenti di ricerca che coprano le spese, e le resistenze da vincere sono grandi.

LA GIUSTA CONCLUSIONE

Oggi, 11 giugno 2019, l’articolo su Scientific Reports è stato ritrattato.


Questo è il testo della ritrattazione:

Following publication, the journal received criticisms regarding the rationale of this study and the plausibility of its central conclusions. Expert advice was obtained, and the following issues were determined to undermine confidence in the reliability of the study.
The in vitro model does not support the main conclusion of the paper that Rhus Tox reduces pain. The qualitative and quantitative composition of the Rhus Tox extract is unknown. Figures 1G and 1H are duplicates; and figures 1I and 1J are duplicates. The majority of experimental points reported in figure 3 panel A are duplicated in figure 3 panel B. The collection, description, analysis and presentation of the behavioural data in Figure 3 is inadequate and cannot be relied upon.
As a result the editors are retracting the Article. The authors do not agree with the retraction.

Intanto, l’articolo ha ricevuto già quattro citazioni, che comunque rimarranno a curriculum dei suoi autori.

Come intendono rimediare gli omeopati, con le loro società che pubblicizzano articoli senza nemmeno valutarne i contenuti? Daranno conto della ciarlataneria degli autori, chiederanno venia per l’abbaglio in cui sono incorsi? E cosa diranno ora Repubblica e quei media che hanno riportato trionfalmente il parere degli omeopati su un articolo che supportava l’omeopatia, in nome del fatto che sia sempre necessario presentare “l’altra campana” ai lettori rispetto al consenso della comunità scientifica, senza farsi troppe domande? Chi ripagherà poi il tempo e gli sforzi di 6 professori (pagati anche con denaro pubblico) e del comitato editoriale della rivista e chi compenserà tutto il tempo che ci è voluto per eliminare una singola corbelleria dalla letteratura scientifica?

E, soprattutto, quante altre fesserie dovremo vederci propinare dalla pseudoscienza che difende l’omeopatia, prima che si capisca che, per il teorema di Bayes, la forza dell’evidenza statistica da produrre per considerare valido un risultato clinico di un preparato omeopatico deve essere almeno pari a quella di tutte le evidenze accumulate della chimica e della fisica, le quali ci dicono che quel preparato non può avere altro che un effetto placebo?

  4 comments for “Quanto lavoro costa correggere la falsa scienza degli omeopati?

  1. Michele Rubini
    12 giugno 2019 alle 10:02

    Grande riconoscimento per tutto il lavoro che avete fatto e per la caparbietà a difendere l’integrità della scienza medica.
    Tutti i ricercatori Italiani dovrebbero impegnarsi e seguire il vostro esempio.
    Meritereste un Nobel.

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  2. Gaia
    14 giugno 2019 alle 12:38

    Enrico, ma com’è possibile che una rivista come Scientific Reports non abbia un controllo? Io pubblicai un articolo su una rivista minore, manco una delle più famose e lette nel mio settore e comunque ci fecero le pulci…

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    • 14 giugno 2019 alle 12:46

      Il punto è che Scientific Reports è la rivista che pubblica in assoluto più articoli scientifici (18.200 l’anno scorso), con circa 9000 revisori impegnati e circa il 60% di acceptance rate. In queste condizioni, è impossibile prevenire davvero il passaggio di pessima scienza (insieme a quella buona).

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