Sul negazionismo scientifico ed i suoi rimedi

Enrico Bucci & Gilberto Corbellini

Si parla di “negazionismo scientifico” quando viene rifiutato il consenso raggiunto dai ricercatori su uno o più temi, anche dopo essere stati esposti a spiegazioni esaustive e alla presentazione dei migliori dati disponibili. Un atteggiamento che spesso si accompagna a credenze in teorie pseudoscientifiche, coerenti con una visione del mondo e con la propria emotività. Può variare in intensità: da un rifiuto “a prescindere” di ogni argomento proveniente dalla comunità scientifica – in quanto élite inaffidabile, portatrice di conflitti di interesse e financo di scopi perversi – fino al rifiuto selettivo delle conclusioni raggiunte su di uno specifico argomento – per esempio, chi riconosce come corretti i dati portati dalla ricerca per quanto riguarda il cambiamento climatico può essere allo stesso tempo contrario alla scienza circa efficacia e necessità delle vaccinazioni.

I “negazionisti selettivi” sono influenzati dalle condizioni di vita e quindi dalla percezione diretta che si ha del mondo. Per esempio, negli ultimi sei mesi o poco più, in Madagascar, sono morti circa mille bambini di morbillo, a fronte di 60mila casi di malattia, diffusa e aggravata da povertà, malnutrizione e una sanità che non può garantire copertura vaccinale adeguata. Mentre in Madascar si muore, in occidente, dove la copertura sarebbe facilmente ottenibile, ci sono persone che scelgono di mettere a rischio la vita di decine di migliaia di bambini per mera stupidità o pregiudizio. Il punto è che in occidente il rischio reale e percepito è minore, perché grazie a sistemi sanitari efficienti e benessere economico i bambini che contraggono il morbillo in un paese occidentale muoiono più raramente che non nel mondo meno sviluppato. Ingiusto, vero?

Non solo sui vaccini le fonti scientifiche sono negate da una parte di cittadini: anche rispetto a cambiamenti climatici, sicurezza di piante o animali geneticamente modificati, patologie delle piante (Xylella), uso di psicofarmaci, etc. i media, soprattutto social, ribollono di gruppi di discussione al calor bianco, dove una parte diffida sguaiatamente delle conclusioni o delle motivazioni della comunità scientifica. L’idea più comune per spiegare la situazione è che questi negazionisti siano disinformati e che una migliore comunicazione della scienza farebbe cambiare loro idea. In realtà, non è così.

Ignorando il numero irrisorio di talebani, che sono per principio contrari ad ogni affermazione scientifica e sono negazionisti o complottisti su basi psichiatriche, un paio di decenni di ricerca empirica ha mostrato che una parte significativa di “negazionisti parziali” è mossa da atteggiamenti conservatori, da pregiudizi o da una intuizione distorta del rischio, per cui si oppongono ad ogni innovazione perché considerano lo status quo come qualcosa da proteggere contro interventi che giudicano non chiari; come corollario, questi individui considerano anche i problemi attuali come derivanti da una decadenza rispetto a un passato mitico, cui si dovrebbe tornare. Per difendere questa credenza, dato che si tratta spesso di laureati che sanno costruire ragionamenti coerenti e autoconvincenti, chi critica l’uso della scienza ricorre anche… alla scienza, ovvero si appella o a qualche dato incerto o al fatto che la scienza non può prevedere tutto ed esistono fatti che non sono spiegati dagli scienziati, che quindi non possono pretendere di dare consigli. Questi stessi laureati, quando discutano di fatti scientifici che si accordano bene con la propria visione del mondo, sono i primi a difendere la ricerca: per esempio, si osserva di frequente che chi si oppone su basi non scientifiche alla coltivazione di OGM è invece schierato decisamente sulle posizioni della comunità scientifica quando si parli di cambiamento climatico. Il negazionista parziale, laureato e spesso su posizioni conformi a quelle della comunità scientifica, è quindi anche in buona fede convinto di interpretare il ruolo dello scettico liberale, capace di accettare la scienza ben fondata, e di rifiutare con acute argomentazioni quella che gli appare “cattiva”.

È difficile correggerne le opinioni e i pregiudizi, per chi vi si voglia tentare. Per di più, nel mondo liberaldemocratico l’autodeterminazione è un valore importante: noi siamo stati allevati e alleviamo i nostri figli a pensare sempre con le proprie teste. Nessuno ci ha detto o dice “usate sempre la vostra testa tranne quando si tratta di vaccini, ogm, clima, psicofarmaci, etc.”. In Madagascar, invece, i genitori hanno meno sospetti verso la medicina, perché c’è povertà e malnutrizione, la mortalità infantile è alta, i livelli di istruzione sono molto bassi e le aspirazioni all’autodeterminazione sono per pochissimi. Ne consegue che nei paesi occidentali, come dimostrato da più studi sociologici, quanto più alti sono il PIL e il livello di alfabetizzazione scientifici, più manifeste sono le riserve dei cittadini nei riguardi della scienza e dei dati scientifici in questo o quell’altro settore.

Il negazionismo riguardante la scienza è un problema di psicologia sociale che va descritto realisticamente evitando campagne di linciaggio, ma senza tentennamenti. C’è qualcosa che si potrebbe fare, una volta inquadrato realisticamente il fenomeno e sul piano dell’atteggiamento comunicativo, che potrebbe ridurre una conflittualità che causa danni?

Sono anni che gli specialisti sanno che non è puntando sulla divulgazione scientifica che si risolvono queste difficoltà. La divulgazione scientifica serve a familiarizzare i cittadini con la presenza della scienza e la funzione della scienza nel mondo. Ma non è di aiuto in un contesto dove è in corso una crisi di fiducia sociale rispetto alla scienza. Anche perché la divulgazione fa uso della narrativa, che crea pericolose trappole cognitive e alimenta modi di pensare alla scienza, anche da parte di scienziati, che sono fuorvianti.F

Per recuperare terreno nei confronti del negazionismo scientifico sono stati individuati una serie di fatti che attengono a due diverse aree: il modo di comunicare da parte dei ricercatori e la loro immagine pubblica, da una parte, ed il tipo di fatti da portare all’attenzione del pubblico, dall’altra.

Cominciamo dal primo gruppo di argomenti.

È sbagliato raccontare che esiste un “rifiuto della scienza”. Innanzitutto, come abbiamo detto, sono rarissimi i negazionisti che rifiutano la scienza nella sua interezza: piuttosto si sceglie ciò che si rifiuta o si accetta. È fuori discussione che tutti noi, inclusi gli scienziati, tendiamo a selezionare i fatti che supportano le nostre convinzioni e ad evitare quelli che non sono in consonanza con le nostre aspettative, scopi e paure. La selezione naturale ha trovato più adattativo il bias di conferma.  Proprio per questo la comunità scientifica si è dotata della peer review, così che qualcuno non coinvolto nella ricerca e competente, controlli che i dati siano stati raccolti e usati onestamente e le conclusioni non siano basate su una logica erronea. Le persone non capiscono come funziona la scienza, e credono che anche la ricerca sia frutto delle preferenze dei singoli scienziati, per cui ritengono lecito rifiutare quelle singole conclusioni che contraddicono il modo in cui interpretano il mondo: questo è un punto da avere sempre presente.

Meno assertivi sarebbe meglio. La scienza è un insieme articolato di teorie, fatti e metodi in continua evoluzione. Talvolta gli scienziati dovrebbero ricordarlo. Per millenni si sono credute e difese teorie come il geocentrismo, il flogisto o la fissità delle specie, e il salasso è stato usato per una vasta gamma di patologie fino a metà Ottocento (cioè in piena età sperimentale). Attenzione, perché qualche idea che oggi è considerata verità, potrebbe cambiare. Non è affatto indice di relativismo riconoscere la provvisorietà delle conoscenze scientifiche, e quindi mostrare quella umiltà che non hanno molte discipline orfane di un accesso al metodo sperimentale. Naturalmente, resta il fatto che a fronte della provvisorietà delle nostre conoscenze e teorie, il metodo scientifico usato per raggiungerle è l’unico accettabile per superarle e costruire qualcosa di nuovo; fintantoché questo non avviene, conviene affidarsi al consenso scientifico consolidato quando si tratta di prendere decisioni.

Ascoltare prima di parlare. I dibattiti pubblici, nei media o dal vivo, assumono spesso la forma di scontri ideologici o dialoghi tra sordi. In realtà, chi è portatore di argomenti controllati non dovrebbe chiudersi in trincea, ma chiedersi da dove siano state ottenute eventuali informazioni alternative. Cioè quali vicende personali hanno creato le paure o le preoccupazioni di fondo dell’interlocutore. Siccome per il modo di funzionare del nostro cervello le persone usano narrazioni per costruirsi una realtà alternativa, nelle discussioni è meglio rimanere sul terreno delle narrazioni. Con i soli dati si può convincere coloro che la pensano già come noi o sono in grado di analizzarli. Le narrazioni cui è stato esposto possono influenzare e riorientare i ragionamenti introspettivi di un negazionista e persino gli aneddoti possono risultare molto più convincenti di una semplice recitazione di fatti scientifici. La risposta appropriata è ascoltare, non ignorare, le narrazioni, rovesciarle, decostruirle e ricostruire una esposizione basata sui fatti.

Il ricercatore che partecipa ad un dibattito deve ispirare fiducia. Lo scienziato moderno acquisì nel Seicento un ruolo sociale, in quando era percepito come “gentleman”, cioè persona di cui ci si poteva fidare. Senza questa dimensione di fiducia sociale la scienza avrebbe faticato ad affermarsi, date le avversità culturali che ha dovuto affrontare. La fiducia negli scienziati è progressivamente scemata nella seconda metà del Novecento. Come si può ricostruire oggi? Probabilmente è questo un compito per le istituzioni scientifiche che dovrebbero maggiormente incentivare una comunicazione proattiva verso il pubblico. In negativo, gli scienziati dovrebbero resistere alla tentazione di affrontare i talebani e diventare dei persecutori di “infedeli”. Ridicolizzare gli avversari non aiuta di per sé a costruire la fiducia. Se gli scienziati non sanno controllare per primi i pregiudizi e il linguaggio, il rischio che possa mancare l’autocontrollo anche sotto altri aspetti del loro comportamento, come il conflitto di interessi e la manipolazione dei dati, è reale. A questo proposito, va detto che è doveroso da parte degli scienziati rispondere anche a domande che mettono in discussione la fondatezza di qualche teoria o pratica sulla base del sospetto di qualche interesse economico o di altra natura; a patto ovviamente che queste domande siano formulate nel modo appropriato e nelle sedi opportune. Nella scienza, come nei sistemi democratici, ci deve infatti essere massima trasparenza sulle motivazioni alla base della ricerca, sulla robustezza dei dati, sulle supervisioni indipendenti e sul perché una soluzione o strategia appare la migliore.

Per quello che riguarda il secondo gruppo di argomenti, inerenti cioè alla scelta dei fatti di cui discutere, il consenso generale basato sui dati disponibili consiglio come segue.

I fatti discussi devono essere immediatamente rilevanti. Quando si trasferiscono informazioni andrebbero presentate in un modo che siano facilmente riconoscibile per il pubblico di destinazione. Noi spesso rimaniamo indifferenti a emergenze che non ci riguardano in modo immediato. Possiamo sì attivarci emotivamente per le condizioni degli orsi polari o per un bambino immunodepresso che abita a cinquecento chilometri, ma ci possiamo ancora più preoccupare e capire il cambiamento climatici o la mancata vaccinazione se vediamo effetti che cambiano l’ecologia locale o i rischi a cui sottoponiamo bambini. Inoltre, quando è possibile le persone dovrebbero essere messe nella condizione di usare da sole le prove, quindi offrendo esempi e casi anziché conclusioni.

L’agenda della discussione non deve essere lasciata ai negazionisti. Non c’è ragione per inseguire l’agenda dei negazionisti o per trattare le loro affermazioni come alternative legittime e di pari grado alla scienza. I risultati della ricerca dovrebbero essere presentati al pubblico in modi che siano indipendenti dalle attività dei negazionisti, invece che in reazione alle loro affermazioni. Inoltre, la messa a nudo delle strategie, delle motivazioni e dei finanziamenti del negazionismo scientifico sono tutti importanti nel mostrare al pubblico la falsità di certe controversie. È pure importante documentare il consenso scientifico e diffonderlo, esponendo chiaramente in pubblico quale sia la maggioranza e in che rapporti sia con quei singoli individui fuori dal coro cui spesso si affidano i negazionisti per creare l’illusione di una spaccatura nel mondo scientifico.

Gli scienziati non dovrebbero essere lasciati soli a contrastare pseudoscienza e negazionismo. Per fortuna, vi è un crescente corpus di prove che possono aiutare la società nel suo insieme a capire le dinamiche sottostanti il negazionismo scientifico e a sviluppare un insieme di strategie coordinate che comprendano azioni di inoculazione culturale preventiva, strategie legali, meccanismi politici e di trasparenza finanziaria per minimizzare gli effetti di campagne disinformative prima che esse nascano o anche dopo che abbiano preso piede. Sempre presupponendo di voler fare le scelte migliori per la società nel suo insieme, e non quelle elettoralmente più premianti per governo e politici di turno.

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