L’invenzione della verità
Il concetto di verità ha sempre occupato una posizione ambigua nella scienza. Da un lato, il linguaggio scientifico continua a farne uso, parlando di teorie vere, leggi vere, risultati veri. Dall’altro, la pratica scientifica mostra con chiarezza che tali espressioni sono instabili: teorie ritenute vere vengono abbandonate, leggi consolidate vengono riformulate, risultati affidabili vengono circoscritti o corretti. Questa tensione tra l’uso quotidiano del termine e la sua fragilità concettuale è ben nota e ha alimentato, per tutto il Novecento, una riflessione critica sul ruolo della verità nella conoscenza scientifica. L’invenzione della verità di Bruno de Finetti si colloca consapevolmente in questo spazio problematico, ma lo affronta in modo più radicale di molte altre proposte: non cercando una teoria migliore della verità, bensì mettendo in discussione la sua stessa necessità. È una di quelle letture fondanti, a cui ritorno periodicamente, per un bagno nel ragionamento più rigoroso, strumento principe di un italiano troppo spesso dimenticato.
Il punto di partenza del libro è la critica alla verità intesa come proprietà oggettiva degli enunciati. De Finetti sostiene che questo concetto non svolge alcuna funzione indispensabile nella pratica scientifica. Non migliora l’inferenza, non rafforza la previsione, non chiarisce il processo decisionale. Introduce invece un elemento metafisico che tende a trasformare valutazioni sempre dipendenti da informazioni disponibili in descrizioni presuntamente definitive del mondo. Quando si dice che un enunciato è vero, si compie un passaggio concettuale che attribuisce al mondo ciò che appartiene al nostro modo di giudicarlo.
Da questa impostazione deriva una concezione della scienza come attività di costruzione e revisione di sistemi di credenze. La scienza non procede per accumulo di verità, ma per selezione di strumenti concettuali che funzionano meglio di altri in un certo contesto informativo. Le leggi scientifiche non sono vere in senso assoluto; sono schemi che condensano l’esperienza e consentono previsioni affidabili entro limiti espliciti. Il loro valore è operativo, non ontologico. Quando le condizioni cambiano o emergono nuove informazioni, tali schemi vengono modificati o sostituiti, senza che questo implichi una perdita epistemica nel senso forte del termine.
Un elemento centrale dell’argomentazione riguarda il linguaggio. De Finetti insiste sul fatto che molti pseudo-problemi epistemologici nascono da un uso improprio delle parole. In particolare, la sostantivazione del termine “verità” induce a trattarlo come un’entità, qualcosa che esiste indipendentemente dalle pratiche cognitive. In realtà, quando diciamo che un enunciato è vero, stiamo esprimendo un atto di adesione, una dichiarazione di fiducia, una disponibilità ad agire come se quell’enunciato fosse affidabile. Il linguaggio, se non controllato concettualmente, crea l’illusione di un fondamento che non svolge alcuna funzione reale nel ragionamento scientifico.
In questo quadro si colloca il soggettivismo probabilistico. La probabilità non descrive proprietà oggettive dei fenomeni, ma gradi di credenza di un soggetto razionale. Nonostante quanto sostenuto da molti che fraintendono il pensiero di De Finetti, per aprire la porta al relativismo epistemico, questa assunzione non equivale affatto a legittimare l’arbitrio. Le credenze sono personali, ma sottoposte a vincoli stringenti di coerenza interna. Un sistema di giudizi incoerente è razionalmente difettoso in senso preciso, non semplicemente alternativo. Secondo De Finetti, anche se la razionalità scientifica non dipende dalla corrispondenza a una verità esterna, essa deve pur sempre fornire coerenza ad un sistema di credenze e metterci in grado di sostenere decisioni responsabili.
È su questo punto che la distanza dal relativismo diventa netta. Il relativismo sostiene che, eliminata la verità oggettiva, tutte le opinioni si equivalgano e che non esistano criteri razionali per preferirne una ad un’altra. De Finetti rifiuta questa conclusione. Eliminare la verità come fondamento non significa rinunciare ai criteri di valutazione, ma sostituire un fondamento metafisico con criteri espliciti e controllabili. Nel relativismo il disaccordo è un fatto da registrare; nella prospettiva di de Finetti è un problema da trattare razionalmente, attraverso il confronto delle informazioni e l’aggiornamento delle credenze.
Va ricordato che la posizione di De Finetti non è a sua volta rimasta senza critiche.
Il realista concede subito molto a De Finetti. Ammette che la scienza non accede a verità ultime, che le teorie sono strumenti concettuali, che le leggi non sono fotografie della realtà. Accetta che il lavoro quotidiano dello scienziato consista in stime, approssimazioni, revisioni continue, e che il linguaggio della “verità” funzioni spesso come scorciatoia retorica. Dove il realista si separa da De Finetti non è sul come si fa scienza, ma sul perché essa funzioni così bene nel lungo periodo.
Il punto centrale della risposta realista è questo: anche se la scienza non ha accesso diretto alla verità, il suo successo sistematico richiede una spiegazione che vada oltre la coerenza interna delle credenze. Il fatto che teorie diverse, sviluppate in contesti storici e culturali differenti, convergano su strutture comuni; che modelli matematici elaborati per scopi locali risultino applicabili in domini lontani; che alcune entità teoriche resistano a generazioni di riformulazioni suggerisce che la scienza non stia solo organizzando credenze, ma intercettando vincoli reali del mondo.
In questa prospettiva, il realismo non reintroduce la verità come possesso, ma come limite. Le teorie non sono vere nel senso forte, ma non sono nemmeno libere. Funzionano perché il mondo oppone resistenze, perché non tutto è compatibile con tutto, perché alcune strutture possono essere approssimate e altre no. È questo che il realista intende quando parla di “catturare la struttura del mondo”, spesso in forme attenuate come il realismo strutturale.
Autori come Hilary Putnam e Richard Boyd hanno sostenuto che la capacità predittiva a lungo termine, la stabilità di molte teorie di base e la convergenza intersoggettiva non possono essere spiegate solo come fatti sociologici ben riusciti. Senza assumere che le teorie siano, in qualche senso, approssimativamente vere, il successo della scienza rischia di apparire come una coincidenza sistematica – un miracolo impossibile.
Il realista riformula così l’argomento: non è che la scienza abbia successo perché è vera; è che, se non intercettasse vincoli reali, il suo successo sarebbe estremamente improbabile. Questa non è una prova logica, ma una spiegazione comparativa: il realismo spiegherebbe di più, a parità di dati.
Un secondo punto di dissenso riguarda la probabilità. De Finetti interpreta tutte le probabilità come gradi di credenza soggettivi. Il realista, seguendo linee argomentative sviluppate da David Lewis e Ian Hacking, distingue tra l’uso epistemico della probabilità e l’esistenza di disposizioni oggettive nei sistemi fisici. In fenomeni come il decadimento radioattivo o certi processi quantistici, le probabilità sembrano mostrare una stabilità indipendente dai nostri stati cognitivi. Ridurle interamente a credenze appare come una perdita di contenuto esplicativo.
Un’ulteriore critica riguarda il linguaggio. De Finetti ha ragione, secondo il realista, a denunciare la reificazione ingenua della verità. Tuttavia, il realista sostiene che il linguaggio scientifico non è solo uno strumento di coordinamento sociale, ma anche un mezzo per agganciare regolarità del mondo. I termini teorici non sono meri segnaposto di credenze, ma nodi in reti inferenziali che devono continuamente confrontarsi con la resistenza empirica. Il linguaggio non crea il mondo, ma viene progressivamente disciplinato da esso, finché la capacità di manipolare simboli in un particolare linguaggio – la matematica – può portare a scoperte indipendentemente dall’osservazione sperimentale.
Infine, il naturalismo epistemologico, sviluppato da Willard Van Orman Quine, e quindi da Konrad Lorenz, fornisce al realismo un ulteriore argomento. Se le nostre capacità cognitive sono il risultato di un’evoluzione biologica, allora il fatto che la scienza produca modelli efficaci suggerisce una qualche continuità tra le strutture cognitive e le strutture del mondo. La razionalità non è solo un insieme di vincoli normativi astratti, ma un adattamento che funziona perché il mondo ha una struttura relativamente stabile.
La risposta realista, tuttavia, non “demolisce” De Finetti. Ne accetta molte diagnosi: l’assenza di fondamenti ultimi, il carattere strumentale delle teorie, l’importanza della coerenza e della revisione. Dove diverge è nel rifiuto di considerare la verità un concetto interamente eliminabile. Per il realista, la verità non è un oggetto posseduto, ma un’ipotesi regolativa: serve a spiegare perché la scienza, pur fallibile, non deragli arbitrariamente.
De Finetti sostiene che la scienza può fare a meno della verità senza perdere nulla di essenziale. Il realista risponde che può farne a meno sul piano operativo, ma non su quello esplicativo. La scienza funziona benissimo senza nessuna assunzione di verità; tuttavia, spiegare perché funzioni potrebbe richiederne una versione minimale e depotenziata.
È qui che il dialogo tra De Finetti e il realismo scientifico continua ancora, ed è per questo che fa bene rileggerlo, quando si ha un po’ di tempo.