Di test, cornici retoriche e problemi veri
A proposito della discussione sui test di medicina, vorrei prima di tutto sgombrare il campo da una cornice retorica che sembra monopolizzare il dibattito: lo scontro generazionale. Quello che si è acceso di recente attorno a questi test non ha nulla di nuovo. Non è un prodotto della riforma, non è un segnale del nostro tempo, non è una diagnosi attendibile dello stato della gioventù o dell’arretratezza degli adulti. È un copione antico.
Da sempre, gira l’idea che tutto stia peggiorando, che ogni generazione sia meno solida della precedente. Orazio, nelle Odi, la formula in modo quasi paradigmatico, descrivendo un declino continuo: i padri peggiori dei nonni, noi peggiori dei padri, e i figli ancora peggiori di noi.
Damnosa quid non inminuit dies?
aetas parentum, peior avis, tulit
nos nequiores, mox daturos
progeniem vitiosiorem.
Cioè: “Che cosa non consuma il tempo rovinoso? L’età dei padri, peggiore di quella dei nonni, generò noi ancora peggiori, destinati a dare una prole più corrotta.”
Platone, nel III libro delle Leggi, descrive i difetti della gioventù ateniese (e in generale), che ama il lusso e l’ozio, disprezza gli anziani e l’autorità, preparandosi a essere schiava di piaceri e dolori, un tratto condannabile e pericoloso per lo Stato.
Anche da Aristotele, nel secondo libro della Retorica, i giovani vengono descritti come convinti di sapere tutto, sicuri di sé, inclini all’eccesso, mossi più dalla speranza che dalla memoria perché hanno poco passato e molto futuro.
Sono descrizioni che potrebbero essere riproposte parola per parola in qualunque discussione odierna sui “ragazzi di oggi”. Questo modo di parlare dei giovani esiste da sempre.
E, per riflesso, esiste da sempre anche l’altra metà del frame: i giovani che guardano agli adulti come a figure pedanti, rigide, incapaci di capire ciò che conta davvero. Catullo lo dice senza giri di parole, nel carme V, quando invita Lesbia a vivere e amare e a non dare alcun peso ai rimproveri degli anziani:
Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
“Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo, e i rimproveri dei vecchi troppo severi non stimiamoli neppure un soldo.”
Il fatto decisivo è che questa struttura narrativa, bidirezionalmente polarizzata, attraversa i secoli senza mai cambiare davvero, mentre cambiano i sistemi educativi, le professioni, le tecnologie, le società. Questo dovrebbe bastare a renderla sospetta come strumento di analisi. Se lo stesso schema funziona nell’Atene del IV secolo a.C., nella Roma augustea e nell’Italia di oggi, è evidente che non dice qualcosa di vero sui giovani o sugli adulti di oggi. Sta semplicemente offrendo una griglia pronta all’uso per scaricare frustrazioni e responsabilità.
Cicerone, nel De senectute, chiude la questione nel modo più netto possibile, proprio perché rifiuta di trasformare l’età in un argomento:
Ut enim adulescentem in quo est senile aliquid, sic senem in quo est aliquid adulescentis probo.
“Apprezzo il giovane in cui c’è qualcosa di maturo, e il vecchio in cui resta qualcosa di giovane”. Tradotto: non è vero che i giovani siano peggiori, e non è vero che gli adulti siano inutili o obsoleti. Le qualità e i limiti non stanno nell’anagrafe. Insistere su questa contrapposizione serve solo a evitare di confrontarsi con i problemi reali.
Ed è esattamente per questo che lo scontro generazionale attorno ai test di medicina va riconosciuto per quello che è: un rumore di fondo inutile, che accompagna ogni discussione fra generazioni, uno schema preconcetto di cui siamo schiavi da sempre.
Usciti dal vicolo cieco di questa cornice narrativa stantia, diventa possibile vedere con maggiore precisione che cosa questi test hanno davvero misurato, e soprattutto che cosa no.
Non hanno misurato la vocazione. Non hanno misurato la qualità clinica futura. Non hanno misurato neppure, in senso proprio, una preparazione universitaria. Hanno misurato qualcosa di molto più elementare e molto più scomodo: lo stato reale della preparazione scolastica di una quota rilevante di diplomati. Il fatto che questo emerga con tanta evidenza viene immediatamente rimosso dal dibattito, perché chiama in causa responsabilità di sistema che non possono essere scaricate né sugli studenti né sugli strumenti di valutazione.
Quando domande elementari di fisica, chimica o biologia diventano oggetto di scandalo pubblico, non siamo di fronte a un problema di “pertinenza” rispetto alla medicina. Quelle non sono competenze specialistiche; sono prerequisiti culturali minimi. Se vengono percepite come ostacoli arbitrari, il punto non è che l’asticella sia troppo alta, ma che il pavimento si sia abbassato. E questo abbassamento non nasce certo da un test di accesso: è il prodotto di anni di indebolimento del sistema scolastico, di discontinuità, di rinunce strutturali.
Qui entra in gioco l’illusione centrale di questa riforma. Si finge che basti spostare il punto di selezione per colmare la carenza di medici da formare. Si immagina che pochi mesi “di università”, per di più organizzati in modo emergenziale, possano supplire alle lacune da colmare in anni di scuola. È una pretesa irrealistica. L’università viene caricata di una funzione riparativa che non può svolgere in quelle condizioni. Non si riallinea una preparazione di base con un semestre improvvisato, così come non si costruisce qualità comprimendo i tempi o moltiplicando le prove.
È importante dirlo chiaramente: il problema non è lo sbarramento in sé, né il numero programmato. Pensare che la formazione medica possa essere completamente libera è ingenuo, perché vi sarà sempre un limite imposto dalle risorse a disposizione di ogni studente. La selezione è inevitabile in un percorso complesso, costoso e ad altissima responsabilità. Lo è sempre stata e lo sarà sempre. Chi fa finta del contrario vende un’illusione.
Se si vuole discutere seriamente, allora le riflessioni vanno riportate su un piano strutturale. Non morale, non generazionale, non emotivo. E a quel livello emergono tre problemi distinti, ciascuno sufficiente da solo a rendere l’impianto attuale insostenibile.
Primo: non si può fare alcuna selezione se la scuola è crollata.
Ogni selezione presuppone un terreno comune minimo. Se questo terreno non esiste più, la selezione smette di misurare differenze rilevanti e inizia a registrare rumore. I test di medicina hanno mostrato esattamente questo: non una presunta incapacità degli studenti, bensì una disomogeneità enorme nella preparazione di base. In queste condizioni, selezionare non significa scegliere i migliori, ma filtrare casualmente chi, per ragioni spesso contingenti, ha avuto accesso a una formazione scolastica più solida. È un errore logico prima ancora che politico. Finché la scuola non torna a garantire prerequisiti comuni, ogni meccanismo selettivo a valle è intrinsecamente fragile e arbitrario.
Secondo: anche ammesso che si debba selezionare, non si può farlo così.
Spostare la selezione dentro l’università senza metterla realmente in condizione di formare non è una soluzione: è un travestimento. Un semestre improvvisato, con numeri ingestibili, didattica disomogenea, docenti non preparati al ruolo e valutazioni difficilmente comparabili, non è formazione. È uno sbarramento differito. In queste condizioni, la selezione perde legittimità per mancare di stabilità, trasparenza e replicabilità. Non è una questione di “crocette sì o no”, ma di impianto. Se la selezione diventa un dispositivo amministrativo che cerca di compensare falle a monte, finisce inevitabilmente per generare contenzioso, frustrazione e sfiducia.
Terzo: senza investimenti seri nell’università, questa riforma è pura finzione.
Se l’obiettivo dichiarato è formare più medici e medici migliori, allora l’università deve essere messa nelle condizioni materiali per farlo. La formazione medica è costosa per definizione: richiede docenti dedicati, laboratori funzionanti, tutoraggio, strutture cliniche, rapporti numerici sostenibili tra studenti e formatori. Senza investimenti, aumentare gli accessi significa solo diluire la qualità. E questo non produce più medici competenti: produce carenze formative che si trascinano per anni e, alla fine, un sistema sanitario più fragile.
Qui sta il punto che la riforma evita accuratamente. Non si può chiedere all’università di assorbire il fallimento della scuola, di selezionare al posto della politica, di formare senza risorse e, contemporaneamente, garantire qualità. È un carico impossibile. Se non si investe seriamente nell’università, il risultato non è l’uguaglianza delle opportunità, ma una selezione ancora più indiretta e opaca, che avvantaggia chi può permettersi supporti esterni e penalizza tutti gli altri.
In sintesi: la selezione non è il problema. Il problema è volerla fare senza le condizioni minime necessarie perché abbia senso. Prima una scuola che funzioni. Poi un’università finanziata per formare davvero. Solo dopo, una selezione coerente con questi due livelli. Invertire l’ordine non è una riforma: è un modo elegante per spostare le responsabilità senza risolvere nulla.
E smettiamola di litigare vecchi contro giovani, che è una perdita di tempo da millenni.