Il mio credo minimo

Il mio credo minimo

Ogni teoria della conoscenza, per quanto sofisticata sul piano epistemologico, prima o poi è costretta a prendere posizione su una questione preliminare: se esistano o no altre menti oltre alla propria, e se queste menti siano o no prodotti della propria immaginazione. L’assunzione che non lo siano non è logicamente necessaria, ma è inevitabile in qualunque discorso che non scivoli nel solipsismo. Negarla non porta a una teoria alternativa della conoscenza, ma a una possibilità logica sterile, incapace di fondare qualsiasi discorso su verità, comunicazione, apprendimento o scienza, e di fatto invalidante ogni possibilità di discussione (in quanto l’interlocutore è ridotto a semplice finzione della propria mente). Assumere che esistano altre menti reali, indipendenti dalla mia, che comunicano con me attraverso segnali fisici, è dunque il primo punto di appoggio minimo al quale intendo ricorrere.

Posta questa assunzione minimale, emerge un fatto empirico di base: menti diverse, con storie individuali, prospettive percettive, interessi e linguaggi diversi, convergono in modo stabile e ripetibile su ampie porzioni di descrizione operativa del mondo. Convergono su ciò che accade quando si lasciano cadere oggetti, su ciò che succede quando si urta un ostacolo, su ciò che funziona e ciò che fallisce nelle manipolazioni tecniche, sugli esiti delle stesse procedure sperimentali, sull’efficacia o sull’inefficacia degli stessi strumenti. Questa convergenza non è locale né fragile. È sufficientemente robusta da permettere cooperazione tecnica, predizione condivisa, costruzione di strumenti, ingegneria, medicina, scienza. Un critico può sostenere che la convergenza dipenda da architetture cognitive simili o da pratiche condivise; ma “simile” e “condiviso” non spiegano ancora perché certe aspettative falliscano sistematicamente e perché il fallimento non sia riducibile a convenzioni, bensì a esiti che si impongono allo stesso modo a chiunque ripeta le stesse interazioni. La convergenza, in quanto tale, non prova la verità ultima delle nostre teorie; mostra però che esiste un vincolo comune che opera anche quando le menti e le culture non coincidono, e che produce correzioni obbligate.

Questo fatto non riguarda soltanto menti umane appartenenti a culture diverse. Riguarda anche menti appartenenti ad altre specie. Organismi evolutivamente lontani da noi condividono con noi aspettative operative corrette su ampie porzioni del mondo: evitano i precipizi, anticipano la traiettoria di oggetti in movimento, discriminano tra superfici portanti e non portanti, riconoscono ostacoli solidi, apprendono regolarità ambientali elementari. Un corvo, una scimmia, un cane e un essere umano convergono sul fatto che certi oggetti cadono, che certi urti producono danno, che certi supporti reggono e altri cedono, che certi percorsi sono praticabili e altri no. Questa convergenza interspecifica rende meno plausibile che il nucleo dell’accordo sia prodotto primariamente da linguaggi, istituzioni o norme sociali, e rende più plausibile che ciò che accomuna le menti sia l’esposizione allo stesso tipo di vincoli esterni, indipendenti dalle descrizioni.

A questo punto, una volta esclusa l’ipotesi sterile che tutte le altre menti siano prodotti della mia immaginazione, restano solo tre opzioni coerenti: o la convergenza stabile tra menti indipendenti è una coincidenza strutturale priva di spiegazione; o è il prodotto di sole norme, pratiche e architetture cognitive condivise, senza alcun vincolo esterno; oppure esiste qualcosa di indipendente da tutte le menti che seleziona sistematicamente quali aspettative funzionano e quali falliscono. Le prime due opzioni rendono inintelligibili l’errore reale, il fallimento tecnico ripetibile e la correzione obbligata, perché, in assenza di un vincolo indipendente dalle rappresentazioni, non esiste alcun criterio non convenzionale per distinguere tra aspettative sbagliate e aspettative semplicemente disallineate rispetto a una pratica o a una norma. Se ciò che conta come “funzionare” è interamente determinato da regole interne, allora nessun esito può mai costringere una rappresentazione a essere abbandonata: può solo essere reinterpretato, riassorbito o rietichettato. In questo quadro, l’errore non è mai qualcosa che accade contro le aspettative, ma solo qualcosa che viene ridefinito come tale; il fallimento tecnico non è mai un fatto che si impone, ma solo una violazione di una procedura; e la correzione non è mai obbligata da ciò che accade, ma solo negoziata all’interno di una pratica. La terza opzione introduce invece esattamente ciò che serve per rendere questi fenomeni non circolari: un vincolo comune indipendente dalle rappresentazioni.

È a questo punto, e solo a questo punto, che diventa sensato introdurre una tesi ontologica minimale: esiste qualcosa di reale esterno alle menti, ed esiste indipendentemente dal fatto che venga pensato, descritto o narrato. Questo è tutto ciò che viene assunto sul piano ontologico. Non si assume nulla sulla struttura ultima di questo qualcosa, nulla sulla sua intelligibilità completa, nulla sulla forma delle sue leggi, nulla sul fatto che le nostre categorie cognitive ne riflettano l’organizzazione profonda. Non si assume nemmeno che le nostre teorie scientifiche colgano la realtà “in sé”. Si assume solo un’asimmetria ontologica elementare tra ciò che accade e le rappresentazioni di ciò che accade: le rappresentazioni dipendono da ciò che accade, ciò che accade non dipende dalle rappresentazioni.

In questo senso, il realismo ontologico minimale non viene introdotto come un presupposto metafisico gratuito, ma come ciò che resta quando si prende sul serio insieme la pluralità delle menti e la convergenza stabile delle loro aspettative operative. Non è una teoria sulla natura ultima del mondo, ma la fissazione di un vincolo: qualcosa di indipendente deve esistere, altrimenti la distinzione stessa tra successo e fallimento, tra errore e correzione, tra previsione riuscita e previsione smentita perde contenuto non convenzionale.

Questi due fatti — la convergenza intersoggettiva stabile e la convergenza interspecifica su regolarità operative elementari — richiedono comunque una spiegazione ulteriore. Le posizioni antirealiste possono solo registrarli come dati primitivi o ricondurli a pratiche, norme e costruzioni; ma allora devono ancora spiegare perché certe costruzioni crollino in modo ripetibile quando vengono messe alla prova e perché questa “messa alla prova” non sia, a sua volta, solo un gioco linguistico. Il costruttivismo ontologico forte e il relativismo possono sostenere che ogni comunità “costruisce” il proprio mondo, ma allora non spiegano perché comunità indipendenti convergano sulle stesse regolarità operative, perché gli errori tecnici falliscano in modo ripetibile per tutti, perché strumenti costruiti da una mente funzionino per un’altra, e perché specie diverse convergano sugli stessi fatti fisici elementari. L’idealismo intersoggettivo rende circolare la nozione stessa di “altre menti” e non spiega la resistenza del mondo alle aspettative condivise. Il pragmatismo puro prende il “funzionare” come fatto bruto e non spiega perché funzioni in modo così stabile, trans-culturale e trans-specifico. In tutti questi casi, la convergenza viene registrata, non resa intelligibile; e quando la si tenta di rendere intelligibile, si reintroduce inevitabilmente un vincolo esterno che seleziona ciò che funziona e ciò che fallisce.

Qui entra il contributo decisivo di Konrad Lorenz, che fornisce il meccanismo naturale che manca alle epistemologie non realiste. Lorenz rovescia l’argomento classico secondo cui sarebbe misterioso il fatto che la mente “corrisponda” al mondo. La mente non corrisponde al mondo per miracolo. È il prodotto di un processo evolutivo in cui il mondo stesso agisce come filtro selettivo comune, eliminando sistematicamente gli organismi le cui rappresentazioni interne sono incompatibili con ciò che accade e favorendo, anche in linee evolutive lontanissime tra loro, la comparsa di sistemi percettivi e cognitivi funzionalmente simili perché adattati agli stessi vincoli esterni. Questa argomentazione non pretende di trasformare l’adattamento in una garanzia di verità: la selezione naturale non seleziona per correttezza metafisica, seleziona per efficacia. Proprio per questo, però, rende intelligibile un punto più modesto e più robusto: rappresentazioni che deviano troppo dalle regolarità operative del mondo vengono eliminate, mentre rappresentazioni sufficientemente compatibili con quelle regolarità persistono e convergono. Gli organismi le cui rappresentazioni interne distorcono arbitrariamente ciò che accade muoiono. Sopravvivono e si riproducono quelli le cui rappresentazioni sono, in senso funzionale, abbastanza adeguate a ciò che c’è davvero. In questo modo, menti diverse, appartenenti anche a specie diverse, sottoposte allo stesso mondo come filtro selettivo, evolvono strutture cognitive compatibili. Convergono non perché condividono un linguaggio o una cultura, ma perché condividono lo stesso vincolo esterno che seleziona ciò che è praticabile e ciò che non lo è.

In questo quadro, il realismo ontologico minimale non appare come una scelta metafisica gratuita, ma come l’ipotesi più economica che rende intelligibili insieme quattro fatti: l’esistenza dell’errore reale, la possibilità della correzione, la convergenza intersoggettiva e interspecifica stabile e l’evoluzione di sistemi cognitivi adattati al loro ambiente. È possibile obiettare che molte ontologie diverse sono compatibili con gli stessi dati, e che i fatti osservabili sottodeterminano la struttura ultima del mondo; ma questa sottodeterminazione colpisce le ontologie ricche, non il nucleo minimale qui assunto. Il punto non è fissare che cosa sia il mondo in ultima istanza, ma fissare che qualcosa di indipendente operi come vincolo e che, proprio per questo, la distinzione tra errore e correzione non sia riducibile a sole norme interne o a convenzioni.

Da qui si può definire il principio di realtà senza ridurlo a una lista di buone maniere intellettuali. Un principio di realtà è una disposizione stabile della mente a trattare il mondo esterno come vincolo ultimo sulle proprie rappresentazioni. Non coincide con il pensiero critico, che è uno strumento; coincide con la scelta di che cosa deve governare quello strumento quando diventa costoso: la verifica contro il mondo, oppure il bisogno di salvare una narrazione interna, una posizione sociale, un’identità. Una mente può essere brillante, logicamente raffinata e dialetticamente efficace, e tuttavia priva di principio di realtà, se usa le proprie capacità per rendere invulnerabili le convinzioni a cui è affezionata. In quel caso l’intelligenza non è un mezzo di correzione, ma un sistema immunitario al servizio dell’autoinganno.

Il punto centrale è che il principio di realtà non riguarda soltanto la qualità degli argomenti, ma l’architettura della lealtà epistemica. Le credenze sane non sono quelle che “suonano bene”, ma quelle che sopravvivono all’urto con osservazioni indipendenti, e soprattutto quelle per cui esistono condizioni concepibili in cui verrebbero abbandonate. Una convinzione per cui non esistono fatti che potrebbero rimetterla in discussione non è una descrizione del mondo: è un oggetto identitario. Qui si gioca la differenza tra spiegare e spiegarsi. Spiegare significa produrre una descrizione che un altro può usare per prevedere meglio e per sbagliare meno; spiegarsi significa costruire una storia che riduce ansia, dissonanza e impotenza. Il principio di realtà vive nella capacità di riconoscere, momento per momento, quando si sta facendo la seconda cosa credendo di fare la prima.

Un principio di realtà richiede poi una disciplina semantica elementare: marcare ciò che si dice come ipotesi con un grado di fiducia esplicito, invece di trattare le proprie inferenze come fatti. La maggior parte delle derive cognitive nasce proprio dalla confusione tra “mi sembra”, “ho paura che”, “sarebbe bello che” e “è così”. Non serve un linguaggio pedante; serve un’etichettatura interna onesta. L’ipotesi diventa credenza robusta solo quando ha attraversato tentativi reali di confutazione. Questo introduce una seconda disciplina: cercare attivamente le condizioni in cui potresti avere torto, non solo quelle in cui potresti avere ragione. È un atteggiamento opposto a quello naturale della mente, che tende a cercare conferme, alleanze e segnali di appartenenza. Qui il principio di realtà è una pratica: esporsi a dati che non controlli, a critiche competenti che non ti devono nulla, a contesti in cui la tua tesi potrebbe fallire.

C’è poi una distinzione che regge gran parte della tenuta del rapporto tra credenze e mondo: separare ciò che è vero, ciò che è utile credere, e ciò che è emotivamente consolante. Le tre cose possono coincidere, ma spesso non coincidono. Il principio di realtà consiste nel dare priorità alla verità descrittiva quando c’è conflitto, e nel gestire il costo psicologico e sociale di questa priorità senza trasformarla in eroismo o in posa. È qui che molte persone, anche molto intelligenti, falliscono: non perché non capiscano gli argomenti, ma perché pagano male il prezzo emotivo dell’aggiornamento. Per questo il principio di realtà non è solo una virtù cognitiva: è anche una virtù caratteriale, perché implica la capacità di tollerare l’incompletezza, il dubbio e la perdita di status che deriva dal cambiare idea.

Un’altra componente decisiva è la distinzione tra coerenza e aderenza. Un sistema di credenze può essere perfettamente coerente e tuttavia scollegato dal mondo. La coerenza è una proprietà interna; l’aderenza richiede attrito esterno. Da qui discende una sobrietà ontologica e narrativa: evitare di moltiplicare spiegazioni che non aumentano la capacità di previsione e di controllo degli errori. Ogni volta che una spiegazione diventa elastica abbastanza da incorporare qualunque risultato, si sta rinunciando al contatto con il mondo in cambio di un conforto sistematico. Il principio di realtà non proibisce le ipotesi ampie; impone che restino vulnerabili a qualcosa di indipendente da noi.

Infine, il principio di realtà vive nella gestione delle motivazioni che contaminano il giudizio. Molte illusioni non nascono da errori logici ma da bisogni: bisogno di appartenenza, di superiorità morale, di controllo, di senso, di riduzione dell’ansia. Il principio di realtà non elimina questi bisogni, ma impedisce che diventino criteri di verità. Questo richiede un’igiene emotiva del pensiero: riconoscere quando una credenza è diventata un analgesico, e quando un ragionamento è diventato una difesa. La prova concreta non è la brillantezza con cui difendi una tesi, ma la traccia che lasci quando la correggi: versioni precedenti delle tue convinzioni che oggi giudichi sbagliate, non perché “è cambiato il clima sociale”, ma perché qualcosa nel mondo ha costretto la tua mente a ristrutturarsi.

In questo quadro, il principio di realtà è la conseguenza operativa dell’assunzione ontologica di partenza. Se esiste un mondo reale esterno e indipendente dalla mente, allora esiste una differenza oggettiva tra descrizioni che si adattano a quel mondo e descrizioni che non vi si adattano. Il principio di realtà consiste nel trattare questa differenza come epistemicamente vincolante, cioè nel riconoscere che alcune credenze devono essere abbandonate perché entrano in conflitto persistente con ciò che accade. È l’impegno a lasciare che sia il mondo, e non l’identità personale o il bisogno di coerenza narrativa, a guidare la revisione delle proprie rappresentazioni. In questo senso il principio di realtà è il modo in cui il realismo ontologico minimale si traduce nella condotta cognitiva concreta: la disposizione a modificare ciò che si crede quando ciò che accade rende quella modifica necessaria.

Questo è il punto a cui, per come intendo io il rapporto tra conoscenza e mondo, occorre fermarsi. Non assumo che le nostre teorie colgano la realtà in sé, né che le nostre categorie riflettano la sua struttura ultima. Mi limito ad assumere che esista qualcosa di indipendente da noi che rende alcune descrizioni affidabili e altre no, e che questo stesso qualcosa si imponga come vincolo comune a menti diverse, rendendo possibile il controllo, la replica e la convergenza pubblica sulle stesse regolarità. È questa doppia assunzione minimale — indipendenza del reale e sua accessibilità condivisa nei suoi effetti — che mi consente di parlare in modo non puramente convenzionale di errore, di apprendimento e di correzione. Una credenza è sbagliata quando entra in conflitto con ciò che accade in modo tale che quel conflitto possa essere esposto e riconosciuto anche da altri; è affidabile quando produce le stesse aspettative corrette per chiunque si trovi nelle stesse condizioni operative. Tutto il resto del discorso si appoggia qui: non su una metafisica forte del mondo, ma sull’impegno a trattare insieme il vincolo del reale e il vincolo intersoggettivo come criteri ultimi a cui sottoporre le proprie rappresentazioni.

Scienza, in una parola.

Enrico Bucci

Data lover, Science passionate, Fraud buster (when lucky...)

Rispondi

Scopri di più da Cattivi Scienziati

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere