Abbandono di campi e pascoli e riforestazione secondaria: sicuri che sia sempre un bene?
L’abbandono del territorio e la conseguente espansione delle foreste hanno esercitato un’influenza complessa e spesso contraddittoria sulla biodiversità mediterranea. Mentre i sostenitori della riforestazione senza se e senza ma possono vedere l’abbandono del suolo come un’opportunità per la conservazione della biodiversità, gli ecologi del paesaggio europei tendono a considerarlo una minaccia.
Un effetto primario di questo abbandono è il deterioramento e l’omogeneizzazione del paesaggio ecologico. L’esodo rurale ha portato alla scomparsa dei mosaici tradizionali di uso del suolo, sostituiti da una matrice forestale estesa e omogenea. L’analisi delle metriche ecologiche evidenzia una netta diminuzione dell’indice di Shannon (H), che indica una minore eterogeneità, e un aumento della dimensione effettiva delle maglie ecologiche (MESH), segnalando una minore frammentazione per gli habitat forestali e una maggiore uniformità complessiva. I paesaggi tradizionali agro-silvo-pastorali, un tempo ricchi di diversità, sono in forte diminuzione, e con essi la diversità associata.
Questa omogeneizzazione ha causato la perdita di specie legate agli habitat aperti. Gli studi condotti in Eurasia e nel Mediterraneo riportano principalmente effetti negativi dell’abbandono dei terreni agricoli sulla biodiversità, ponendo l’accento sulla conservazione delle condizioni pre-abbandono e della biodiversità associata all’agricoltura tradizionale. Specie con popolazioni in declino, tipiche di habitat aperti come campi di cereali, vigneti, pascoli e radure forestali, hanno mostrato tendenze recessive. Ad esempio, piante rare come Geranium lanuginosum (localmente estinta) e Stachys alpina, legate alle radure forestali per la produzione di carbone, e specie di terreni rocciosi come l’Isoetes duriaei, sono state minacciate dall’afforestazione del loro habitat. Farfalle come Maniola jurtina, Polyommatus icarus, Lycaena phlaeas e Colias crocea hanno subito un forte declino a causa della conversione delle praterie in piantagioni di pini. La farfalla endemica mediterranea Zerynthia cassandra, fortemente dipendente da piante ospiti specifiche del genere Aristolochia e da alti livelli di irradiazione solare, è minacciata dalla crescita della vegetazione che ombreggia le sue piante ospiti, riducendo la disponibilità per l’oviposizione e lo sviluppo larvale. Questa farfalla preferisce deporre le uova su piante più mature (più alte, con più foglie e fiori) e in aree altamente irradiate, dato che la maggiore irradiazione favorisce uno sviluppo larvale più rapido. Uccelli come la Starna (Alectoris rufa), specie nidificante che dipende dagli habitat agricoli, ha mostrato una chiara tendenza regressiva. Questo indica che il recupero forestale può avvenire a scapito di altri habitat importanti per la biodiversità, come i terreni agricoli a secco, i vigneti e i pascoli. La conservazione degli habitat aperti rimanenti è una priorità, come evidenziato dal Parco Naturale del Montnegre-Corredor.
Parallelamente, si registra un aumento di specie legate agli habitat forestali. Specie che beneficiano dell’espansione e della densificazione delle foreste hanno mostrato tendenze in aumento. Due specie di farfalle, Libythea celtis e Nymphalis antiopa, hanno registrato forti incrementi con la riforestazione. Un uccello legato alle foreste di conifere, il Luì Bonelli (Phylloscopus bonelli), ha mostrato un forte aumento. Il cinghiale (Sus scrofa) ha visto la sua popolazione espandersi dopo le reintroduzioni venatorie grazie all’aumento della copertura forestale e all’abbandono del pascolo e della produzione di carbone. In generale, i paesaggi “climate-smart” (riforestazione, ripristino) si sono dimostrati vantaggiosi per diverse specie di vertebrati di interesse conservazionistico adattate a boschi umidi e aree forestali. Uno studio su 11 siti in quattro continenti ha rilevato che la maggior parte delle specie di uccelli (62,7%) e mammiferi (77,7%) guadagna habitat grazie all’abbandono dei terreni agricoli. Tuttavia, molti uccelli (32,2%) e mammiferi (27,8%) hanno comunque subito una perdita netta di habitat a causa della conversione agricola avvenuta prima o contemporaneamente all’abbandono in altre aree.
L’espansione forestale ha impatti contrastanti sui servizi ecosistemici. Per quanto riguarda la regolazione climatica, l’espansione forestale contribuisce all’aumento del sequestro e dello stoccaggio di carbonio nella biomassa legnosa. Le nuove foreste in Spagna, ad esempio, crescono più velocemente e nel periodo tra il 1986 e il 2007 hanno stoccato fino al 9% delle emissioni totali di carbonio. Le politiche “climate-smart” (riforestazione su larga scala e ripristino) mostrano i maggiori benefici per la regolazione climatica, con tassi di sequestro di carbonio più elevati e maggiori danni economici evitati. L’accumulo di carbonio nel suolo, tuttavia, può essere trascurabile per diversi decenni dopo l’abbandono dei terreni coltivabili, e i risultati per la conversione delle praterie in foreste sono controversi, a volte mostrando una diminuzione del carbonio organico nel suolo.
Riguardo le risorse idriche, le foreste aumentano i tassi di infiltrazione dell’acqua ma anche le perdite d’acqua per traspirazione e intercettazione delle precipitazioni, con un bilancio idrico complessivamente negativo che può ridurre i flussi dei corsi d’acqua fino al 30% in alcune aree mediterranee, creando una “dualità acqua-carbonio”. Nelle zone aride, l’aumento del sequestro di carbonio potrebbe non compensare le perdite nei servizi di approvvigionamento idrico.
Il rischio di incendi boschivi è anch’esso aumentato dall’espansione e dalla densificazione forestale a causa dell’accumulo di biomassa e della maggiore continuità della vegetazione. La mancanza di una corretta gestione forestale crea un circolo vizioso in cui l’abbandono alimenta gli incendi, che a loro volta portano a maggiori rimozioni di legno dopo il fuoco, un fenomeno definito “selvicoltura spasmodica”. Esiste un compromesso tra l’aumento del sequestro di carbonio e il rischio di incendi, poiché gli incendi possono rilasciare il carbonio stoccato. Le strategie “fire-smart”, come il recupero agricolo o agroforestale, mirano a ridurre l’accumulo di combustibile e creare aree aperte per il controllo degli incendi, beneficiando le specie da habitat aperti. Queste strategie, pur sequestrando meno carbonio rispetto a quelle “climate-smart”, contribuiscono comunque alla regolazione del carbonio e sono particolarmente vantaggiose per le specie di habitat aperti.
La ricerca solleva dubbi sul carattere intrinsecamente riparatore della transizione forestale, suggerendo che l’abbandono del territorio possa essere effettivamente legato alla degradazione dell’ecosistema, e che vi sia un notevole compromesso tra l’espansione delle foreste e la biodiversità a livello locale e regionale. Ciò è in parte dovuto alla sottovalutazione dell’importanza ecologica degli habitat non forestali.
Quindi, per mitigare gli effetti negativi dell’abbandono e dell’espansione forestale, è essenziale adottare politiche mirate basate sulla pianificazione del paesaggio che favoriscano la multifunzionalità. Ciò include il mantenimento e il ripristino di mosaici agro-silvo-pastorali, che tradizionalmente hanno contribuito all’eterogeneità e alla ricchezza di specie del paesaggio mediterraneo. Per specie come la farfalla Zerynthia cassandra, interventi mirati come i tagli di vegetazione per aumentare l’irradiazione delle piante ospiti si sono dimostrati efficaci nell’aumentare l’oviposizione e la presenza larvale. Questi tagli dovrebbero essere eseguiti in inverno per evitare di danneggiare le piante e le farfalle. La distanza ottimale dei tagli varia in base al tipo di vegetazione circostante; per le piante erbacee alte, si è osservato un aumento lineare dell’oviposizione fino a tre metri, mentre per i rovi più bassi, una relazione a campana indicava il massimo di oviposizione a circa 0,60-0,70 metri dal suolo. Ciò sottolinea l’importanza di una messa a punto locale delle azioni di gestione. Tali interventi sono relativamente economici e hanno un impatto minimo sull’ambiente circostante, rendendoli facilmente integrabili nei piani di gestione delle riserve dove la pianta ospite è già presente. Le politiche dovrebbero anche allontanarsi da approcci reattivi alle perturbazioni forestali (come il solo focus sul ripristino post-incendio) e invece enfatizzare la gestione preventiva degli incendi. Inoltre, la Politica Agricola Comune (PAC) dovrebbe rifocalizzare i finanziamenti dall’afforestazione e dalla protezione delle foreste verso la gestione forestale sostenibile e sostenere sistemi agricoli multifunzionali come l’agroforestazione, che possono mantenere le comunità biologiche adattate agli habitat antropizzati e controllare l’accumulo di combustibile. Una più equilibrata inclusione dei diversi usi del suolo nella rete Natura 2000 e un’intensificazione del sostegno all’agricoltura ad alto valore naturale nelle aree svantaggiate sono anch’esse cruciali. Queste strategie devono considerare il contesto locale, le esigenze delle diverse specie e il bilanciamento tra i servizi ecosistemici per promuovere una biodiversità resiliente e un paesaggio più sostenibile.
Naturalmente, è cruciale anche la difesa delle poche aree di foresta vergine ancora presenti in Europa. E’ infatti dimostrato che, contrariamente alla riforestazione da abbandono o alla riforestazione secondaria di origine antropica, la lenta riforestazione che parte da foresta vergine è in grado di guidare l’ambiente verso una traiettoria ecologica diversa, che porta a ecosistemi molto più produttivi e maturi di quelli derivanti dal semplice abbandono. Inoltre, le riserve integrali che proteggono le foreste vergini, fungendo da aree rifugio per molte specie diverse, costituiscono il trampolino di lancio per l’espansione di specie rare e minacciate nelle aree di nuova ricolonizzazione forestale.
La lezione, come sempre in ecologia, è una soprattutto: non esistono soluzioni drastiche, applicabili ovunque, ed è sbagliato seguire i propri preconcetti, “verdi” o meno che siano.
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