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L’augurio dei cattivi scienziati

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“Numeracy” – che potrebbe essere tradotto con “far di conto” – è la capacità di riuscire ad interpretare in maniera quantitativa la realtà che ci circonda. Per chi, come il sottoscritto, per mestiere si occupa di qualche materia scientifica, dovrebbe essere una seconda natura, sicché al netto delle abilità più o meno sviluppate di ciascuno e delle proprie aree di interesse diretto, gli scienziati sono in grado di intendersi su una base comune quando si tratta di analizzare i dati prodotti da chiunque, in qualsiasi ambito. Non a caso Galileo scrisse che “la filosofia naturale è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto innanzi agli occhi, io dico l’universo, ma non si può intendere se prima non s’impara a intender la lingua e conoscer i caratteri nei quali è scritto. Egli è scritto in lingua matematica”; e si noti che la struttura matematica di quel libro non dipende dal particolare capitolo che si sta leggendo.

Siccome però, specialmente in Italia, l’attitudine a ragionare in termini quantitativi è negletta – forse anche per una formazione scolastica spesso insufficiente – ecco che se un ricercatore si occupa di verificare dati che non siano di stretta pertinenza della propria materia, si grida allo scandalo, nella erronea convinzione che siano solo gli specialisti di quello o quell’altro argomento a poterlo maneggiare;  mentre invece l’analisi dei dati, la statistica di base ed i trattamenti numerici elementari dovrebbero essere base comune per tutti (e se non lo sono per una data disciplina, possiamo escluderla dal novero delle scienze).

I cittadini italiani, spesso ignari delle più elementari procedure di analisi quantitativa, sono facilmente vittima di ciarlatani di ogni specie; i quali poi, una volta che il gioco sia scoperto e denunciato da qualcuno, si accaniscono nel tentare di allontanare i controlli cercando di accusare chi li indaga di “mancanza di competenza specifica”, con triti argomenti ad hominem, di facile presa pur se irrimediabilmente falsi.

È anche per questa debolezza nella formazione dei nostri concittadini che i ricercatori italiani, almeno quelli che hanno mantenuto una visione chiara di cosa sia la scienza, hanno il dovere di intervenire nel dibattito pubblico; essi, che in linea di principio sono in grado di investigare nello stesso modo almeno le basi di qualunque affermazione, sono infatti in una miglior posizione per smentire le sciocchezze interessate di chi ha da guadagnare dal regresso scientifico nel nostro Paese.

Rispondendo a questa chiamata morale, i “cattivi scienziati” si sono occupati nel 2018:

La fatica di leggere, capire, analizzare e poi comunicare è stata condivisa con tanti colleghi, amici e cittadini comuni, tutti accomunati dall’idea che sia necessario riportare al centro del dibattito pubblico l’evidenza scientifica, nonostante essa possa essere ancora non definitiva, vera solo su base statistica e non esente da errori. Uno sforzo tanto più utile nel tempo in cui compiacere il gusto della parte più ignorante del pubblico – anche per Il Fatto, Il Tempo o La Repubblica – sembra essere diventato la missione di certi giornalisti, allo stesso modo in cui pubblicare a tutti costi “sexy science” sembra essere diventato un facile modo di fare carriera per certi scienziati.

A questi colleghi, amici e cittadini va il nostro più sentito ringraziamento, ed a loro i “cattivi scienziati” levano i calici, con l’augurio di riuscire a far sempre di più e sempre meglio.

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