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Memoria dell’acqua dimostrata o affezione ad una favola?

Alcuni autori ed alcuni lavori, anche da parte di miei gentili interlocutori, sono spesso invocati come dimostrazione che in letteratura ci sarebbe qualche base chimico-fisica che giustifichi le castronerie degli omeopati. La teoria che più frequentemente si invoca è, in varie sue forme, quella della memoria dell’acqua, che secondo gli omeopati sarebbe ovviamente ormai più o meno dimostrata.

Ma è così?

Un lettore mi ha ricordato i lavori di Vittorio Elia, un chimico fra i pochissimi che sostiene di aver dimostrato proprietà anomale dell’acqua compatibili con le teorie omeopatiche, in contraddizione con quello che la larghissima maggioranza degli scienziati sostiene. I suoi lavori sono spesso usati dagli omeopati, devo dire non senza una sua certa condiscendenza in tal senso.

E allora, proviamo ad esaminare uno di quelli che conosco bene, per averne sentito parlare quando ero ancora a Napoli, nella stessa sede universitaria (anche se io ero al CNR) in cui operava il prof. Elia.

Nel 2007, Vittorio Elia e collaboratori pubblicano su Homeopathy un articolo che si propone di fornire prove sperimentali della cosiddetta “memoria dell’acqua”: l’idea che le soluzioni estremamente diluite e succusse, come quelle impiegate nei rimedi omeopatici, presentino proprietà fisico-chimiche alterate rispetto all’acqua pura. Il lavoro in questione è il seguente:

Elia V, Napoli E, Germano R. The ‘Memory of Water’: an almost deciphered enigma. Dissipative structures in extremely dilute aqueous solutions. Homeopathy. 2007 Jul;96(3):163-9.

In questo lavoro, si dichiara baldanzosamente fin dal titolo che la memoria dell’acqua sarebbe (nel 2007!) un enigma ormai quesi risolto.
Le misure riportate nel lavoro, dalle quali si pretende di derivare questa sicurezza, sono derivate da esperimenti di calorimetria di flusso, conduttometria, pHmetria e potenziale galvanico, seguiti anche nel tempo su campioni diversi. L’ambizione dichiarata è quella di documentare la formazione di strutture stabili, lontane dall’equilibrio, che testimonierebbero l’effetto persistente del trattamento di diluizione e succussione omeopatica. Ma sono gli stessi autori, all’interno dell’articolo, a rendere evidente l’inconsistenza dell’intero impianto.

Il primo passaggio decisivo è una dichiarazione esplicita di fallimento sperimentale:

“It is important to emphasize here that from the studies conducted until now we were not able to determine quantitative reproducibility and to deduce significant information concerning the influence of the different degrees of homeopathic dilutions (CH) or the nature of the active principle (solute) on the variations magnitude of the measured physico-chemical quantities: for this reason the experimental data reported in the figures are not characterised by CH or active principle indication.”

Tradotto: «È importante sottolineare che, dagli studi finora condotti, non siamo stati in grado di determinare una riproducibilità quantitativa, né di trarre informazioni significative sull’influenza dei diversi gradi di diluizione omeopatica (CH) o della natura del principio attivo (soluto) sull’entità delle variazioni delle quantità fisico-chimiche misurate. Per questa ragione, i dati sperimentali riportati nei grafici non sono caratterizzati né dal grado di diluizione né dal tipo di principio attivo.»

La gravità di questa affermazione è estrema: i dati non sono riproducibili, e le variazioni misurate non mostrano alcuna dipendenza né dalla sostanza iniziale né dalla quantità di diluizione. In altre parole, l’intero apparato sperimentale non è in grado di discriminare tra un rimedio omeopatico e l’acqua comune. Gli autori, invece di trarre la conclusione logica — cioè che l’effetto non esiste o è indistinguibile dal rumore — proseguono come se questa assenza di sistematicità fosse compatibile con l’ipotesi iniziale.

Ma la confutazione diventa ancora più netta quando viene analizzata una serie di campioni tutti ottenuti dalla stessa tintura madre di Arnica montana, diluiti secondo diverse CH. I dati, riportati in figura, mostrano curve temporali della conducibilità elettrica tutte differenti, e gli autori annotano:

“Each curve describes the temporal evolution of Arnica Montana (AM) samples, obtained by different homeopathic dilutions from the same ‘mother tincture’. There is no specific correlation between the χE behaviour and the specific CH of the samples.”

«Ogni curva descrive l’evoluzione temporale di campioni di Arnica montana ottenuti da diverse diluizioni omeopatiche della stessa tintura madre. Non esiste alcuna correlazione specifica tra il comportamento della conducibilità in eccesso (χE) e il grado CH dei campioni.»

Si tratta di una smentita sperimentale interna alla teoria. La diluizione omeopatica, secondo l’ipotesi, dovrebbe modulare l’effetto: più è alta, più intenso (o più specifico) dovrebbe essere l’esito, secondo la retorica della “potenza”. Eppure, in campioni preparati in condizioni identiche e da una stessa sostanza iniziale, la conducibilità varia nel tempo senza alcuna relazione con la diluizione. Se la memoria dell’acqua esistesse, questo sarebbe il punto in cui dovrebbe manifestarsi. Non accade. Ogni curva segue il proprio andamento: non c’è struttura, non c’è legge, non c’è effetto.

Gli autori osservano anche che le variazioni dei parametri continuano a svilupparsi nel tempo, e che questo comportamento non è compatibile con i modelli noti della chimica fisica:

“This χE dependence on time cannot be explained in the frame of the classical physico-chemistry.”

«Questa dipendenza della conducibilità in eccesso dal tempo non può essere spiegata nell’ambito della chimica fisica classica.»

Ma dichiarare “inspiegabile” un risultato che non è stato nemmeno reso sistematico equivale a proiettare una struttura teorica su un dato non ancora legittimato. Il tempo è una variabile continua: qualunque fenomeno rumoroso, soggetto a contaminazioni ambientali, tende a mostrare fluttuazioni temporali. La novità va dimostrata, non proclamata sulla base di un’anomalia statistica.

Ancora più problematica è un’altra osservazione sperimentale, anch’essa dichiarata apertamente nel testo:

“The dependence of the physico-chemical parameters (apart the age) also on the volume in which the homeopathic dilution experiments its ageing […] is absolutely anomalous and inexplicable in the current paradigm.”

«La dipendenza dei parametri fisico-chimici (oltre che dall’età) anche dal volume in cui la diluizione omeopatica sperimenta il suo invecchiamento […] è assolutamente anomala e inspiegabile nell’attuale paradigma scientifico.»

Ma questa non è una scoperta rivoluzionaria: è un chiaro indicatore di errore sistematico. Le grandezze considerate — come la conducibilità — sono intensive, cioè non dovrebbero dipendere dal volume del campione. Se lo fanno, significa che qualcosa di non controllato sta intervenendo, come l’assorbimento di CO₂, l’interazione con il contenitore, l’evaporazione differenziale. L’anomalia non è una nuova fisica: è una spia di contaminazione.

E tuttavia, anche dopo tutte queste ammissioni — la non riproducibilità, la non dipendenza dal soluto, la non dipendenza dalla diluizione, la variabilità casuale nel tempo, la dipendenza dal volume — gli autori concludono:

“An empirical interpretation, consistent with all experimental data collected until now, may be furnished supposing the presence of dissipative structures.”

«Un’interpretazione empirica, coerente con tutti i dati sperimentali finora raccolti, può essere fornita ipotizzando la presenza di strutture dissipative.»

Ma nessuna delle condizioni per invocare un’interpretazione è stata soddisfatta: i dati non sono sistematici, non sono replicabili, non discriminano tra condizioni diverse. L’ipotesi delle strutture dissipative non nasce da una regolarità empirica, ma dalla necessità di fornire un senso a fluttuazioni che, nella scienza normale, sarebbero considerate semplicemente rumore non controllato.

In definitiva, il lavoro di Elia et al. dimostra esattamente il contrario di ciò che intendeva: che l’acqua, anche se diluita e succussa, non conserva memoria di nulla. E che i tentativi di attribuirle proprietà straordinarie falliscono alla prima prova di metodo: la riproducibilità dei risultati, la coerenza con le variabili indipendenti, e la capacità di rendere conto dei fenomeni osservati senza violare le basi della chimica e della fisica. Tutto il resto è un esercizio di persuasione, non un programma di ricerca.

Ora, spero che il lettore si renderà conto che non è possibile dedicare energie a smontare ogni singolo lavoro debole in supporto delle basi empiriche o dell’efficacia clinica di una pseudoscienza: dovrebbe essere sufficiente il fatto che certe pubblicazioni, nonostante queste siano state pubblicate anche da svariati decenni, non abbiano trovato quel riscontro nella comunità scientifica che una scoperta così eccezionale quale quella che si invoca dovrebbe ottenere. Quando e se questo dovesse accadere, cambieremo la scienza che usiamo oggi; lo facciamo di continuo, di fronte a nuove scoperte, ma non senza che queste risultino passare il vaglio minimo che il metodo scientifico richiede. Ma la memoria dell’acqua, come tutte le teorie degli omeopati, è ben lontana da questo traguardo.

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