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Guerra.

La guerra lascia tracce prima di lasciare parole. Appare nei corpi e nelle pareti di roccia, molto prima di entrare nei testi. Seguirne l’origine significa osservare come un insieme di capacità biologiche profonde, nate per tutt’altri scopi, si sia progressivamente ricombinato fino a produrre una forma organizzata di violenza tra gruppi. L’archeologia e la biologia raccontano la stessa storia, ciascuna con il proprio linguaggio: ossa fratturate e microliti da un lato, circuiti neurali e dinamiche selettive dall’altro.

L’aggressione interpersonale costituisce lo strato di base. Nei mammiferi sociali è un comportamento regolato, inserito in un sistema di segnali e inibizioni. Amigdala e ipotalamo orchestrano la risposta alla minaccia; la corteccia prefrontale modula e frena; l’asse dello stress mobilita risorse fisiologiche; testosterone, vasopressina, serotonina contribuiscono a definire il tono della risposta. L’aggressione emerge quando i costi percepiti scendono e i benefici salgono, ed è costantemente ricalibrata dall’ambiente sociale. Questo repertorio non nasce per la guerra; costituisce la materia prima da cui la guerra può essere costruita.

Il passaggio decisivo si colloca nella cooperazione. La specie umana sviluppa una capacità estesa di collaborare con individui non imparentati, sostenuta da memoria sociale, reputazione, reciprocità indiretta, punizione dei trasgressori. In questo quadro la competizione tra gruppi agisce come una pressione selettiva che favorisce configurazioni sociali più coese. Un gruppo capace di coordinarsi, di distribuire ruoli, di mantenere disciplina interna possiede un vantaggio comparativo in situazioni di conflitto. La guerra organizzata prende forma quando l’aggressione regolata si innesta su una cooperazione estesa.

Le prime immagini non mostrano eserciti. Nelle grotte del Paleolitico superiore europeo compaiono corpi umani colpiti. A Pech Merle, nel Gravettiano, circa 25.000 anni fa, un antropomorfo inciso in rilievo lineare è attraversato da linee penetranti nel tronco. L’intenzione di chi ha lasciato questa traccia è chiara: la ferita è il centro della scena.

“Wounded man” di Cougnac.
“Wounded man” di Pech Merle.

A Cougnac, nel Magdaleniano, circa 14.000–13.000 anni fa, un antropomorfo acefalo e un’altra figura attraversata da più linee convergenti ripropongono la stessa idea: il corpo umano come oggetto di penetrazione armata.

Nella grotta di Cosquer, frequentata tra 27.000 e 19.000 anni fa, un antropomorfo stilizzato reca segni lineari associati al corpo, interpretati come punte che lo trafiggono. In queste immagini l’evento collettivo non è ancora rappresentato, ma la violenza armata individuale è già tematizzata.

La tecnologia domina ovviamente fin da subito la scena. Le lance da getto sono attestate nel Paleolitico medio; nel tardo Pleistocene e nel Mesolitico l’arco si diffonde in Eurasia. L’arma a distanza introduce una trasformazione nella geometria del rischio: la possibilità di colpire senza contatto diretto, di coordinare più tiratori, di infliggere ferite penetranti con rapidità. Le punte microlitiche composite, fissate su aste lignee, producono lesioni profonde e laceranti. L’innovazione tecnica si innesta sulla cooperazione e ne amplifica l’efficacia offensiva.

Il “cimitero” di Jebel Sahaba, lungo il Nilo, datato a circa 13.400–13.000 anni fa, offre una testimonianza scheletrica di questa fase. Numerosi individui presentano microliti conficcati nelle ossa; alcune lesioni mostrano segni di guarigione. Il quadro suggerisce scontri ripetuti, non un episodio isolato. Le ferite penetranti parlano il linguaggio dell’arma a distanza.

Nel Mesolitico europeo, tra 10.000 e 6.000 anni fa, l’iconografia registra una nuova soglia.

Nell’ampio panorama dell’arte rupestre dell’arco mediterraneo della Penisola Iberica (arte levantina), compresa tra approssimativamente l’VIII e il III millennio a.C., emergono alcune delle più antiche immagini esplicite di conflitto tra gruppi umani (almeno nella forma figurativa nota in Europa).

Tra queste, il riparo noto come Les Dogues, presso Ares del Maestre (provincia di Castellón, Comunità Valenciana, Spagna), contiene una delle poche scene che sono state interpretate come raffigurazione di scontro tra gruppi armati di archi e frecce.

La scena, che si trova nella Cavità I del riparo, è un pannello figurativo dipinto con pigmento nero a base di carbone vegetale. Qui J. B. Porcar, già negli anni ’50 del secolo scorso, aveva rilevato un insieme composito di figure umane: circa 29 individui stilizzati, tutti armati con arco e frecce, disposti in due gruppi contrapposti.

La battaglia di Les Dogues.

La dinamica iconografica è palpabile: un gruppo di arcieri si dispone in posizione avanzata verso un altro, che assume una postura difensiva. In mezzo alla composizione un individuo è rappresentato con un segno che suggerisce una ferita alla coscia o a un arto inferiore, associato alla figura in fuga che si allontana dal gruppo di avanzata. Questa configurazione non è casuale: la distribuzione delle figure, la direzione dei corpi e gli ordini lineari implicano una scena di confronto organiz­zato piuttosto che un’accozzaglia di guerrieri o una semplice aggregazione di cacciatori.

Secondo le analisi stilistiche e cronologiche disponibili per l’arte levantina, questa scena rientra nell’orizzonte culturale che copre un intervallo compreso tra il Mesolitico finale e la piena fase neolitica (tra ca. 6500 e 5000 a.C.), anche se l’attribuzione precisa a singoli anni dipende da criteri di comparazione stilistica piuttosto che da datazioni radiometriche dirette del supporto pittorico.

La piccola dimensione delle figure (pochi centimetri), la loro postura dinamica, la presenza di archi tenuti in mano e l’inclusione di un individuo colpito o che si ritira rendono questa scena tra le più articolate e interpretate come rappresentazione grafica di battaglia tra gruppi armati nel contesto dell’arte rupestre preistorica europea.

In termini più ampi, la scena di battaglia di Les Dogues si colloca tra altre rappresentazioni levantine dove gruppi di arcieri sembrano affrontarsi, come certe composizioni di Cova del Roure e Val del Charco del Agua Amarga, ma è distintivo per la sua composizione doppia e l’indicazione di ferita su uno dei combattenti.

In Italia, a Riparo Tagliente, nel tardo Paleolitico superiore, circa 17.000–15.500 anni fa, lo scheletro noto come Tagliente 1 presenta segni compatibili con impatti da proiettile sulle ossa lunghe, interpretati come Projectile Impact Marks. L’osso conserva la memoria di un colpo a distanza. Qui la violenza armata compare in un contesto epigravettiano, inserita in un paesaggio post-glaciale in trasformazione.

Con il Neolitico, dal VII millennio a.C., la sedentarietà e l’agricoltura concentrano popolazioni e risorse. Il territorio assume valore cumulativo. Le fosse comuni di Talheim, intorno al 5.000 a.C., e di Schöneck-Kilianstädten, tra 5.200 e 4.900 a.C., mostrano crani con traumi multipli e comunità intere annientate. Il conflitto assume una scala sistematica,e la violenza diventa organizzata e di massa.

Alcuni dei corpi ritrovati a Schöneck-Kilianstädten, che portano tracce di violenza di massa.

In Italia, contesti neolitici documentano traumi cranici intenzionali in comunità agricole. Nel Calcolitico alpino, circa 3.300 a.C., Ötzi presenta una punta di freccia in selce conficcata nella spalla con lesione vascolare compatibile con morte per dissanguamento. L’arma a distanza è ormai una presenza stabile nel conflitto.

Con l’età del Rame e del Bronzo, la guerra entra nel repertorio simbolico delle incisioni rupestri della Val Camonica. Figure armate, duelli, guerrieri contrapposti compongono un lessico visivo riconoscibile. L’identità del combattente diventa un tipo sociale.

La sequenza che abbiamo delineato suggerisce una stratificazione coerente. L’aggressione regolata fornisce il substrato biologico; la cooperazione estesa costruisce la capacità organizzativa; le armi a distanza modificano il bilancio del rischio; la densità demografica e soprattutto le risorse concentrate rendono stabile la competizione territoriale e premiano singole “scommesse” ad alta resa; l’identità simbolica consolida la distinzione tra gruppi.

La guerra organizzata emerge quando questi strati si sovrappongono. Le ossa e le immagini registrano l’intersezione di questi processi: dal corpo trafitto raffigurato nella roccia, ai microliti nelle ossa, alle scene di arcieri, fino alle fosse comuni e ai guerrieri incisi come figure tipiche. In questa progressione si intravede il modo in cui la biologia evolutiva e l’evoluzione culturale e sociale della nostra specie congiurano per produrre una distruzione sempre più estesa e devastante, giocando sempre sulla stessa neurochimica e sulla stessa base cognitiva.

Abbiamo accresciuto enormemente i nostri mezzi, senza che sia per nulla aumentato il nostro senso di responsabilità.

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