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Autori fantasma, identità rubate

Qualche mese fa, Liudmila Zavolokina, professore aggiunto di Information Systems and Digital Innovation presso l’Università di Losanna, ha scoperto che il suo nome è stato utilizzato come autore o come riferimento in articoli che non ha mai scritto, attribuendole lavori che certamente non sono i suoi.

Zavolokina ha deciso di indagare. È risalita fino alla fonte della falsificazione e ha scoperto una rivista che ospitava articoli costruiti con testi generati da intelligenza artificiale e autori completamente inventati, oppure, come nel suo caso, con autori la cui identità era stata rubata. La struttura di questi lavori è sempre identica: brevi sezioni, linguaggio stereotipato, nessuna reale argomentazione scientifica. Quasi tutti sono firmati da un solo autore.

Analizzando più a fondo, Zavolokina ha verificato che la rivista non riporta alcun comitato editoriale né un direttore responsabile, pubblica a pagamento, promette revisione tra due e quattro settimane e si presenta come open access. Tutto indica che si tratta di una rivista predatoria, ma in una versione nuova e più pericolosa: quella che non si limita più a sfruttare autori reali, bensì li crea, li cita e ne ruba l’identità per simulare una rete scientifica inesistente.

In questo caso, l’identità accademica della ricercatrice è stata probabilmente sfruttata come prova di credibilità: il suo nome serve a rendere verosimile un sistema di pubblicazioni fittizie, dove articoli scritti da algoritmi si citano a vicenda, generando metriche, visibilità e valore apparente. È un furto, non solo del nome, ma anche del capitale reputazionale che un nome scientifico rappresenta.

Zavolokina ha paragonato questa macchina editoriale alle Anime morte di Gogol’: contadini inesistenti usati per arricchire fittiziamente i proprietari. Così oggi, in un mercato distorto della conoscenza, autori inesistenti e identità rubate vengono usati per gonfiare la reputazione di riviste predatorie. Ma rispetto all’Ottocento di Gogol’, l’inganno è tecnologico. L’intelligenza artificiale rende i falsi più convincenti, mescolando citazioni vere e autori reali con lavori inventati.

Perché si trovano pubblicazioni con nomi di autori inesistenti, e perché le identità di ricercatori reali sono rubate e usate per pubblicare articoli a loro insaputa?
Le ragioni sono diverse, e per esempio ne scrisse già 6 anni fa Mauro Biagioli. Nature ha appena pubblicato un articolo dedicato proprio a questo problema.

Qui tuttavia vorrei mostrare un uso specifico di identità rubate e identità inventate, collegato a quanto ho già scritto qualche giorno fa, quando ho mostrato alcune aziende che partecipano attivamente al mercato degli H-index, inclusi quelli registrati nei database più prestigiosi come Scopus, vendendo i loro servigi con tanto di prezzario a ricercatori che desiderano accrescere rapidamente il proprio indice bibliometrico. Intendo adesso sviluppare ulteriormente la mia analisi, mostrando uno dei modi in cui queste aziende riescono con successo a erogare il loro servizio fraudolento.

Per aumentare l’H-index di un cliente non basta pubblicare nuovi articoli: occorre che altri lavori citino quelli già esistenti. Le citazioni, però, devono provenire da riviste indicizzate, cioè da fonti che i database bibliometrici riconoscono. Le aziende che offrono pacchetti di “incremento di H-index” risolvono il problema creando o acquistando articoli veicolo: testi costruiti appositamente per inserire nei riferimenti bibliografici le opere del cliente. L’articolo veicolo è dunque un contenitore di citazioni artificiali. Perché sia utile, deve superare la peer review ed essere accettato da una rivista considerata affidabile.

È in questa fase che entra in gioco il secondo pilastro del sistema: le revisioni favorevoli. Le stesse aziende che vendono citazioni o articoli su commissione controllano la revisione dei manoscritti, così da garantirne la pubblicazione. Lo fanno creando identità fittizie o appropriandosi di quelle reali.

Per usare un’identità inventata, tuttavia, è necessario che il corrispondente “ricercatore fantasma” sia credibile. Per questo, prima di proporre quel nome come revisore, le aziende pubblicano a suo nome alcuni articoli, spesso ospitati in numeri speciali o in collane dove i controlli sono deboli. In questo modo il profilo acquisisce pubblicazioni indicizzate e un’apparente attività scientifica, elementi che lo rendono credibile ai controlli automatici delle piattaforme editoriali. Aggiungendo un profilo ORCID e un indirizzo e-mail coerente con un dominio universitario, il revisore fittizio diventa, agli occhi del sistema, indistinguibile da uno reale.

Quando invece si ruba l’identità di un ricercatore vero, non serve alcuna costruzione preventiva: è sufficiente creare un indirizzo di posta elettronica che imiti quello originale.

Le identità fittizie o alterate create nei modi descritti sono usate in due modi:

  1. come autori degli articoli veicolo, quelli che contengono cioè le citazioni indirizzate alla produzione degli autori di cui si vuole incrementare l’H-index;
  2. come revisori da suggerire, per ottenere l’approvazione rapida e sicura degli articoli veicolo

Le riviste, in presenza di nomi con pubblicazioni pregresse e ORCID (e magari corrispondenti a veri ricercatori, quando è alterata solo la mail) accettano la sottomissione degli articoli veicolo. Se poi i “ricercatori fantasma” sono suggeriti come revisori, per la stessa ragione essi appaiono genuini.

Il risultato è che l’articolo veicolo, scritto per includere le citazioni acquistate, supera il vaglio della peer review e viene pubblicato su una rivista reale. Le citazioni contenute nel testo incrementano gli indicatori del cliente, e a loro volta vengono riprese in altri articoli appartenenti alla stessa rete commerciale. Si crea così un circuito chiuso di citazioni incrociate che gonfia artificialmente gli indici bibliometrici, simulando una reputazione scientifica che non esiste.

Le conseguenze sono pesanti. La letteratura scientifica si riempie di testi inutili, scritti per generare numeri e non conoscenza. Le riviste perdono credibilità, costrette a inseguire le frodi con ritrattazioni e indagini. Le istituzioni di valutazione, basandosi su indicatori falsati, finiscono per premiare chi ha comprato visibilità anziché chi ha prodotto risultati reali.

Contrastare questo sistema richiede misure concrete e proporzionate, non proclami. Le riviste possono ridurre l’uso dei revisori suggeriti dagli autori, verificare la corrispondenza fra e-mail e affiliazione, introdurre procedure di autenticazione aggiuntive per chi effettua molte revisioni. Le istituzioni possono ridurre la dipendenza dai meri conteggi bibliometrici, riconoscendo invece il valore di dati accessibili, di metodologie trasparenti e di contributi effettivamente verificabili.

Il mercato delle citazioni e dei revisori falsi prospera perché è rapido, economico e difficilmente rilevabile. La contromisura non è un controllo totale, impossibile da sostenere, ma l’aumento del costo e del rischio per chi tenta la frode. Se costruire o rubare un’identità diventa complicato, se le revisioni sospette vengono intercettate e se i guadagni bibliometrici perdono valore nelle valutazioni ufficiali, l’interesse economico per queste pratiche si ridurrà. È una battaglia di proporzioni e di incentivi, non di moralismi: rendere la menzogna più difficile e meno utile è l’unico modo per restituire serietà a un sistema che, oggi, confonde ancora troppo spesso l’apparenza di produttività con la ricerca vera.

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