Le parole possono fare paura, ma il concetto è semplice: dobbiamo diminuire il numero di contatti sociali giornalieri, se vogliamo evitare di sovraccaricare il nostro sistema sanitario.
Sebbene il concetto sembri intuitivo, abbiamo le prove che serva a qualcosa?
La risposta è affermativa anche se la matematica è un pochino troppo complessa per spiegarla qui, come chiunque si occupi di modelli epidemiologici sa.
Possiamo però guardare ai risultati dei modelli.
Consideriamo per esempio quelli ottenuti dalla teoria dei giochi, ove si fa l’ipotesi che la diminuzione dei contatti sociali abbia come premio la diminuzione della probabilità di infezione per il singolo e come costo … beh, avete capito, meno spritz e meno “Milano non si ferma” per certi politici.
Osservate questa figura, tratta da questo lavoro.
I due grafici rappresentano una simulazione in cui in un caso (quello di sopra) si diminuiscono i contatti sociali medi tra i soggetti suscettibili ad una infezione, e nel secondo caso invece non si attua questa politica.
La curva rossa rappresenta il numero di individui suscettibili al virus che, nel tempo, diminuiscono, perché restano sempre meno individui che non siano già stati infettati in una popolazione finita.
La curva blu rappresenta il numero di infetti in un dato giorno.
La linea verde rappresenta la frazione di contatti giornalieri di ogni individuo rispetto al numero di contatti giornalieri usuali per quell’individuo.
Come vedete, se diminuisce il numero di contatti sociali fino a circa la metà durante la fase in cui i casi giornalieri aumentano, come nel caso del grafico in alto, si osserva una curva blu più bassa e con un picco anticipato rispetto al caso in cui non si fa contenimento sociale (cioè si continuano a frequentare lo stesso numero di persone ogni giorno senza preoccuparsi dell’epidemia).
L’epidemia dunque avrà effetti peggiori, perché si raggiungerà un più alto numero di infetti giornalieri, rispetto ad applicare il contenimento sociale.
Bene: ma quali misure di contenimento sociale sono più efficaci? E che succede se si applicano in ritardo?
Per saperlo, guardate quest’altra figura, tratta da un lavoro sulle epidemie causate dal virus influenzale.
Il caso che è più simile a quello del nuovo coronavirus è quello rappresentato dalle curve in arancione, ove si immagina che il virus epidemico abbia R0 = 2.5 (per la definizione di R0, leggere qui).
In ascissa, abbiamo il numero di settimane dopo la scoperta dei primi casi; in ordinata, la frazione di popolazione che risulterà affetta alla fine dell’epidemia.
Innanzitutto, per tutte le curve possiamo notare che, quanto più tardi si attua l’intervento di contenimento sociale, tanto più esso perde efficacia.
Se consideriamo le curve gialle, che come abbiamo detto sono più simili al caso del coronavirus, possiamo notare che già un ritardo di 3 settimane nell’applicare le misure di contenimento sociale ne riduce l’efficacia, ed esse diventano sostanzialmente inutili se applicate 5 settimane dopo l’inizio dell’epidemia.
Inoltre, possiamo vedere che non tutte le misure hanno la stessa efficacia (anche se le cose variano secondo il tipo di virus): l’applicazione immediata di tutte le misure di contenimento indicate in legenda (sospensione del lavoro in sede, chiusura delle scuole e isolamento di almeno il 90% dei contagiati) entro le prime due settimane dalla scoperta dell’epidemia riesce sostanzialmente a contenerla quasi del tutto, ma, più realisticamente, quando questo non è possibile esistono alcune misure più efficaci di altre (la chiusura delle scuole con isolamento dei contagiati, ad esempio).
Il messaggio è comunque chiaro: il contenimento sociale funziona, ma va applicato quanto prima e mantenuto per il tempo necessario (non inferiore alla finestra durante la quale gli individui sono infettivi, ma in realtà più a lungo, visto che non è possibile sapere quanti e quali individui infettivi sono in giro).

