PFIZERGATE? NOT REALLY.

PFIZERGATE? NOT REALLY.

Un articolo di giornalismo investigativo appena pubblicato su BMJ getta ombre sulla sperimentazione di fase III in base alla quale è stata concessa la prima autorizzazione d’uso per il vaccino di Pfizer/BionTech, perché rileva gravi carenze nelle procedure utilizzate da Ventavia, una organizzazione di ricerca clinica che ha avuto in carico la sperimentazione su una parte dei volontari nello studio di fase 3 che ha portato alla prima autorizzazione del vaccino.

Utilizzando le parole del suo autore: “un direttore regionale che è stato impiegato presso l’organizzazione di ricerca Ventavia Research Group ha detto al BMJ che la società ha falsificato i dati, ha svelato chi avesse avuto il trattamento, ha impiegato vaccinatori non adeguatamente formati ed è stata lenta nel reagire alle notizie di eventi avversi provenienti dallo studio di fase III di Pfizer”.

Ad aggravare le cose, il direttore regionale in questione, o meglio la direttrice, Brook Jackson, dopo sole due settimane di lavoro presso l’azienda è stata licenziata in tronco non appena ha avvisato FDA dei problemi che riscontrava, dato che nessuno nella sua azienda sembrava reagire; ma secondo BMJ, FDA, pur avendo accusato ricevuta della comunicazione dalla Jackson, non ha in nessun modo reagito, né ha mandato i suoi ispettori presso Ventavia.

La vicenda è indubitabilmente seria, perché mostra una serie di fallimenti nei meccanismi di garanzia e controllo durante la sperimentazione di un vaccino, sia da parte di Ventavia che addirittura da FDA; tuttavia, è necessaria un’analisi approfondita di quanto è emerso, perché reagendo in maniera emotiva e di pancia ad una sorta di detto – non detto, ai molteplici sottintesi e alle troppe inferenze senza basi provate,  si rischia di non identificare con precisione che tipo di danni e di rischi comportano questi fallimenti, la loro portata e l’ambito in cui potrebbero esercitare i propri effetti.

Quali sono, nello specifico, i fatti contestati dalla Jackson e da BMJ?

Innanzitutto, vi sono comportamenti che non seguono le normative di buon comportamento da parte degli sperimentatori, specialmente durante uno studio clinico. Aghi non eliminati correttamente, alcuni campioni male etichettati, volontari lasciati senza sorveglianza clinica dopo le iniezioni. Fin qui, si tratta di pratiche cattive e pericolose per i volontari, ma non si hanno impatti sulla sperimentazione del vaccino.

Un secondo tipo di comportamento documentato è molto più critico per la sperimentazione: la Jackson ha fotografato e fornito a BMJ alcune scatole dei vaccini utilizzati, con il numero identificativo dei partecipanti allo studio, lasciate esposte all’aperto. Questo, in linea di principio, avrebbe potuto portare a svelare l’identità di alcuni pazienti che avevano ricevuto il vaccino, eliminando la necessaria cecità dei ricercatori nei confronti di trattati e controlli. È certamente una procedura sbagliatissima: ma quali prove vi sono che abbia effettivamente portato all’identificazione di alcuni pazienti trattati? Perché ciò avvenisse, qualcuno avrebbe dovuto intenzionalmente raccogliere quei numeri, avere accesso al database di randomizzazione e mascheramento dei partecipanti e lavorare per ricostruire l’identità dei partecipanti; una cosa possibile, ma che non è affatto così banale. In ogni caso, ammettendo anche che qualche male intenzionato abbia svelato l’identità di tutti i partecipanti trattati e non trattati passati per Ventavia, il numero massimo è di circa 1000 unità; questo numero è insufficiente a modificare il risultato complessivo del trial, che è stato condotto su oltre 40.000 volontari. Male, malissimo dunque che la cosa sia avvenuta: ma lo scenario ipotizzato non è detto si sia verificato, ed in più, qualora anche lo fosse, non potrebbe cambiare il risultato finale.

Altrettanto critico per la sperimentazione è il fatto che, per un numero imprecisato di volontari che hanno sviluppato sintomi di COVID-19, non si è proceduto alla verifica con il tampone molecolare: poiché il trial aveva come obiettivo primario proprio la valutazione del numero di soggetti sintomatici e positivi al tampone, paragonando il gruppo dei vaccinati a quello dei non vaccinati, questo comportamento può chiaramente influenzare la valutazione finale di efficacia. In proposito, come lo stesso articolo di BMJ ricorda, Pfizer ha segnalato a suo tempo, prima dell’approvazione, che 477 soggetti sintomatici erano stati esclusi dallo studio, proprio perché non si era effettuato su di essi la diagnosi mediante tampone molecolare. Dunque nulla di nuovo, né nulla che non sia stato segnalato alle autorità regolatorie.

Vi è poi un’accusa diversa, quella di aver impropriamente conservato i vaccini a temperature non corrette, il che porta a rischio per i volontari a causa di possibile degradazione del prodotto; dal punto di vista dell’efficacia del vaccino misurata nello studio, tuttavia, questo potrebbe al massimo diminuirla, non certo aumentarla, e quindi anche in questo caso il risultato di efficacia rimarrebbe buono o non cambierebbe, visto il numero di volontari su cui ha operato Ventavia.

Infine, vi sono due accuse ulteriori della Jackson nei confronti di Ventavia – quella di aver reagito in ritardo alle segnalazioni di eventi avversi e quella di aver deviato dai protocolli previsti – delle quali la prima, sebbene metta ancora una volta a rischio i volontari, è ininfluente ai fini della valutazione di efficacia, mentre la seconda è troppo generica per essere valutata.

Troppo generiche per essere commentate sono poi anche le dichiarazioni rilasciate a BMJ da altri due colleghi della Jackson a BMJ, come riconosciuto dallo stesso giornale e come evidente dalle parole utilizzate.

E la Pfizer? La Pfizer ha ricevuto notifica dei problemi presso Ventavia, immediatamente dopo il licenziamento della Jackson – il che significa entro due settimane al massimo dal verificarsi dei problemi documentati. A quanto scrive BMJ riportando le parole degli stessi accusatori di Ventavia, è stato immediatamente organizzato un audit; non sappiamo come si siano affrontati i problemi, ma sappiamo che Pfizer ha successivamente affidato a Ventavia altri clinical trials, per cui è cruciale sapere cosa è stato fatto per migliorare la qualità del lavoro svolto dall’azienda.

Tiriamo quindi le somme: BMJ ha esposto gravi episodi di malcostume in una delle aziende incaricate di seguire 1000 volontari del trial di fase III del vaccino di Pfizer, condotto su oltre 40.000 volontari. Alcuni dei comportamenti di Ventavia hanno messo a rischio i pazienti, altri i protocolli; tuttavia, quanto emerso non sembra poter compromettere i risultati complessivi dello studio.

Molto più preoccupante è il fatto che FDA, chiamata in causa, non ha agito; il regolatore sembra inerte, letargico e non in grado di rispondere ad accuse credibili, perché provenienti dall’interno delle aziende interessate. Non sappiamo se e come Pfizer abbia invece reagito, dopo il suo audit; in ogni caso, la funzione regolatoria pubblica è indispensabile, e FDA mostra ancora una volta di essere afflitta da antichi mali, dei quali non riesce a liberarsi in maniera convincente.

Questo articolo è stato pubblicato il 4-10-21 Sul Foglio.

Enrico Bucci

Data lover, Science passionate, Fraud buster (when lucky...)

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