Vitamina D e pseudoscienza

Vitamina D e pseudoscienza

Introduzione.

Uno dei classici modi per fare marketing, durante un periodo di crisi sanitaria, è quello di pubblicare rapidamente su una rivista di basso o nullo impatto scientifico un articolo che sembri dimostrare i benefici di ciò che si vuol vendere.
In Italia, la vitamina D – come già più volte ricordato da AIFA in passato – è sempre stata sovra-raccomandata per una pletora di condizioni diverse, alimentando un lucrosissimo mercato per un prodotto che, in partenza, ha costi bassi.
Non stupisce quindi una recrudescenza di pseudoscienza per supportare l’uso di questa vitamina anche in occasione dell’epidemia di COVID-19.
Se questo sia pericoloso è affare dell’AIFA, non certo mio; a me interessa però valutare le pubblicazioni che, in tutta fretta, sono sbandierate come elementi per convincere i consumatori ed i medici dei vantaggi di integratori a base di vitamina D.
L’ultima articolo “scientifico”, a nome di alcuni ricercatori inglesi dal titolo “The role of vitamin D in the prevention of coronavirus disease 2019 infection and mortality“, è talmente debole che ho pensato di dedicarvi un’analisi dettagliata, di cui trovate i risultati di seguito; qui mi interessa semplicemente sottolineare come “correlazione trovata” non significa affatto “buona scienza dimostrata”, e che conviene affidarsi a quanto riviste di livello ben superiore, rivedendo tutto quanto si sa in materia, hanno concluso. In sostanza, al momento, non abbiamo alcuna evidenza di nessun effetto della vitamina D nel COVID-19 e, per evitare effetti indesiderati, è meglio attenersi alle dosi giornaliere raccomandate – assunte in massima parte attraverso una dieta sana e un’esposizione controllata al sole – che consumare improbabili integratori.
Insomma: non seguite acriticamente la spazzatura scientifica!

Analisi.

Di base, l’articolo in esame discute una presunta correlazione fra minori livelli di vitamina D in determinate popolazioni, e maggior incidenza e letalità da COVID-19 per quelle popolazioni, come illustrato dalla figura 1 del lavoro in questione, che riporto qui sotto.

Fig. 1

Già a guardare i bassissimi coefficienti di correlazione riportati (che gli autori furbescamente indicano con R, pari a circa -0.4, invece che più correttamente con, R2 circa pari a 0.16), si capisce che la cosa non sta in piedi; ma per farlo comprendere ancora meglio, mi sono divertito a riestrarre i dati della figura 1.

Una volta riestratti i dati dal lavoro, se uno ripete la procedura degli autori, ottiene naturalmente la stessa debole correlazione inversa, che sosterrebbe con pari debolezza come meno vitamina D equivalga a maggiori rischi nell’epidemia di COVID-19; ma la cosa divertente è che si prova ad invertire la correlazione, cioè a sostenere che invece la vitamina D sia dannosa – e dunque che all’aumentare del livello di vitamina D, si abbiano più danni da COVID-19 – il coefficiente di correlazione che si ottiene tracciando la miglior retta che passa per l’origine degli assi è statisticamente indistinguibile da quello riportato per la correlazione inversa trovata dagli autori. Nelle figure seguenti, la retta originare degli autori è in blue nelle figure seguenti, quella che inverte il loro risultato, da me calcolata, è in rosso.

In altre parole, l’ipotesi che la vitamina D sia correlata a più morti e più malati di COVID è statisticamente indistinguibile dall’ipotesi prospettata dagli autori, sulla base dei loro stessi dati.

Questo è un fatto ovvio, che non dovrebbe stupire: se io ho una nuvola di punti casuali o quasi (come gli autori hanno), non è difficile capire come qualunque retta che la attraversi porti a calcolare più o meno lo stesso coefficiente di correlazione, diretta o inversa che sia.

Ma non è finita qui: i risultati che gli autori presentano dipendono infatti … dal giorno in cui è stata fatta l’analisi!

Se, infatti, proviamo a ripetere la stessa analisi oggi, inserendo i dati delle morti per milione in ogni nazione, come riportati sul sito worldometer, ecco che le rette di correlazione cambiano ed i coefficienti di correlazione peggiorano, come illustrato dalla figura seguente per la correlazione vitamina D – morte.

Niente di strano: cambiano i dati sulle morti per milione, cambiano i punti, cambiano le rette. Ma questo significa che i dati del lavoro dipendono dal giorno in cui si fanno i calcoli: in certi giorni posso ottenere correlazioni migliori, in altri peggiori (sempre scadenti, comunque).

Conclusione.

Ancora una volta, articoli basati su presunte correlazioni si rivelano fragilissimi. Nel caso specifico, le correlazioni sono non solo probabilmente spurie, ma soprattutto così basse, da significare sia una cosa che il suo contrario; e, per di più, l’analisi presentata dipende dal giorno in cui si analizzano i dati di COVID-19. Spazzatura, insomma; non fatevi ingannare!

Enrico Bucci

Data lover, Science passionate, Fraud buster (when lucky...)

31 pensieri su “Vitamina D e pseudoscienza

    1. Il primo articolo è scritto da chi vende vitamina D; il secondo appoggia su dati in un preprint, mai referato (Daneshkhah and coworkers); il terzo non è un lavoro di ricerca, ma fa solo ipotesi.
      Utilizzerò questi esempi ad ulteriore dimostrazione.

  1. Esistono studi che che indicano che non c’è evidenza di una correlazione tra vitamina D e COVID-19?
    E tra vitamina D e raffreddore o influenza stagionale?

  2. Anni fa ho scoperto che i tedeschi la usano contro le eruzioni cutanee e in particolare per prevenire l’eritema solare. I risultati credo li abbia sotto gli occhi chiunque si sia trovato con un vicino di ombrellone tedesco. Probabilmente continuano a crederci perché sono convinti che senza vitamina D sarebbero messi ancora peggio. Un po’ come quella collega con seri problemi respiratori a causa di un restringimento del lume bronchiale, che ha rifiutato il cortisone che le avevano raccomandato di prendere per un paio di mesi per ridurre l’infiammazione, per “curarsi” con l’omeopatia. Dopo un anno non era migliorata di un miliardesimo ma continuava tranquilla perché “certo, coi metodi naturali i tempi sono un po’ più lunghi, e poi senza sarei sicuramente peggiorata”. E pensare che per tutto il resto era anche molto intelligente.

    1. Il fatto che si pubblichi pseudoscienza nell’articolo discusso in questo post non implica per nulla che quanto affermino altri sia sbagliato. ISS fa inferenze da letteratura ed ipotesi – indica cioè una possibilità – non fa affermazioni con pseudocorrelazioni o dati erronei.

      1. Certamente, il mio commento non era chiaro. Intendevo solo chiedere se fosse già stata provata l’inefficacia, generale non solo per covid ma altre malattie respiratorie, o se appunto come dice l’iss riferendosi ad alcune pubblicazioni e metanalisi fosse corretto, in termini di plausibilità da verificare ovviamente.

    2. Buongiorno…..la Nota 96….indica esattamente: ha attività’ sul sistema immunitario….la relazione sul Covid e’ lontana…..ma l’attività sul sistema immunitario innato e’ cerificata

  3. Ottimo!! Beh fatturare 250 milioni di euro annui ed improvvisamente non farlo più capisco che renda nervosi!

  4. «Because it is impossible to make a technical assessment of the technical understanding of an expert with more expertise, those downwardly discrimitated against may not recognize the validity of the judgment.» (“Rethinking Expertise” Harry Collins, Robert Evans)

    Chiaramente per chiunque di noi non in grado di effettuare revisioni paritarie i preprint sono un azzardo ma sarebbe appena il caso di ricordare come l’euristica più comunemente inculcata sia quella di deferire al parere di esperti e che i prerint non sono molto diversi dall’approccio giornalistico tipico (che rappresenta ed influenza l’atteggiamento gnoseologico della popolazione).

    https://arstechnica.com/science/2020/05/a-lot-of-covid-19-papers-havent-been-peer-reviewed-reader-beware/

  5. Lo studio sopra non è isolato, in tutto il mondo sono stati pubblicati articoli e studi che che indagano sui rapporti COCVID – Vitamina D e tutti trovano collegamenti tra bassi livelli di vitamina D e Covid https://www.webmd.com/lung/news/20200518/more-vitamin-d-lower-risk-of-severe-covid-19 https://www.researchsquare.com/article/rs-21211/v1 https://www.medrxiv.org/content/10.1101/2020.04.08.20058578v4 . Inoltre la vitamina d è nota per le sue influenza sulle malattie polmonari , https://www.ncbi.nlm.nih.gov/pmc/articles/PMC4776550 e altre decine che non cito

    1. Il primo link non corrisponde ad un articolo scientifico, il secondo e il terzo a due preprint privi di revisione anonima, il quarto non riguarda COVID-19. Smettiamola di linkare cose a caso..

    2. Credevo che l’articolo oggetto della refutazione fosse un preprint ma invece è stato sottoposto a revisione paritaria.

      nel preprint degli stessi autori https://www.researchsquare.com/article/rs-21211/v1
      l’abstract conclude con “We believe, that we can advise Vitamin D supplementation to protect against SARS-CoV2 infection.”

      dopo revisione paritaria su https://link.springer.com/article/10.1007/s40520-020-01570-8

      invece si limita ad un “It should be advisable to perform dedicated studies about vitamin D levels in COVID-19 patients with different degrees of disease severity.”

      e nell’articolo “We acknowledge that this cross-sectional analysis has limitations. […]However, the aim of the present study was to lay out an hypothesis to be taken forward and be investigated utilizing robust study designs.”

      Insomma l’ipotesi non è stata provata.

    3. @ Shmooze

      Ammettiamo pure, per amor di discussione, che ci sia una correlazione tra scarsi livelli di vitamina D e mortalita’ da Covid-19.

      Questo non cambierebbe nulla su quanto affermato in questo post. Ovvero che un ben preciso articolo e’ fatto male e che non dimostra affatto tale correlazione.

      A prescindere dal fatto che i valori sui quali si cerca di provare una correlazione sono talmente dispersi che si dovrebbe capire gia’ ad occhio che, se pure risultasse, la correlazione non puo’ che essere alquanto debole, mi sembra evidente che la metodologia e’ alquanto grossolana.

      Per prima cosa si afferma che vengono analizzati solo i paesi europei. Perche’? Gli autori scrivono “to limit confounding bias (latitude, etc.)”. Cioe’? E’ un buon motivo? Non ci sono differenze di latitudine tra la Norvegia e l’Italia? Anzi: l’ipotesi dell’articolo e’ proprio basata sul fatto che diverse latitudini causino diversa intensita’ di irraggiamento solare e conseguenti diversi comportamenti e, quindi, diversi livelli di vitamina D.

      Poi: i punti nei grafici sono solo 20.

      Io ricordavo che i paesi europei erano una quarantina (ammetto di aver perso il conto ai tempi delle guerre di secessione jugoslave).

      Perche’ solo 20 nell’articolo?

      Non mi sembra sia spiegato.

      Controllando con maggiore precisione, scopro che (anche volendo ignorare i microstati come San Marino, Vaticano, Principato di Monaco, Andorra, Liechtenstein e persino Lussemburgo e Malta, che proprio micro non sarebbero, e volendo anche ignorare il Kosovo, il cui riconoscimento e’ contestato) mancano Albania, Austria, Bielorussia, Bosnia-Erzegovina, Bulgaria, Cipro, Croazia, Grecia, Lettonia, Lituania, Macedonia del Nord, Moldavia, Montenegro, Polonia, Romania, Russia, Serbia, Slovenia e Ucraina.

      Lei mi potrebbe obiettare che la Russia e’ solo in parte europea e, quindi, e’ giusto che non sia conteggiata. Ma, d’altro canto, gli autori considerano la Turchia, che e’ principalmente asiatica. Quindi mi sembra che anche la Russia (con popolazione concentrata principalmente in Europa, se non ricordo male) avrebbe dovuto esserci.

      E, anche volendo ignorare la Russia, mancano l’Ucraina, ovvero un paese di oltre 42 milioni di abitanti, e la Polonia, con oltre 38 milioni. Ma gli autori prendono in considerazione l’Islanda, che di abitanti ne ha circa un terzo di milione.

      Insomma: la scelta dei paesi considerati la definirei, volendo essere generoso, estremamente discutibile.

      Poi: gli autori considerano la mortalita’ nel corso dell’epidemia. Prendendo i dati in una giornata precisa, 8 aprile, quando in alcuni paesi (come Italia e Spagna, ovvero paesi con bassi livelli di vitamina D) l’epidemia e’ ha gia’ fatto sfracelli mentre in altri, nei quali si e’ diffusa con settimane di ritardo, e’ ancora agli inizi (o quasi). Confrontando i dati di paesi con livelli di progressione della malattia differente mi sembra un errore metodologico tale da rendere la ricerca assolutamente irrilevante, ma forse sono io che sono prevenuto.

      Senza considerare (ma, almeno, di questo gli autori prendono atto) che “different measures taken by each country to prevent the spread of infection, and the difference in the number of infected patients in the population will also mean different levels of exposure for the population”.

      Infine: la statistica, se non capisco male, non e’ pesata.

      Quindi la rilevanza dell’Italia, 60 milioni e rotti di abitanti, e’ esattamente quella della gia’ citata Islanda, con una popolazione di un terzo di milione, scarso, di abitanti.

      Ha senso?

      Riassumendo: da ignorante in materia non sarei neppure sorpreso se, alla fine di tutto, risultera’ che una carenza di vitamina D (sopratutto se marcata) ha una correlazione positiva con la mortalita’ per Covid-19.

      Ma, per favore, non difendiamo un articolo fatto male solo perche’ sostiene una tesi che… chissa’… potrebbe anche essere corretta.

  6. Quando ho letto che la maggior parte dei pazienti covid con sintomi gravi presentava carenza di vitamina D mi sono messa a ridere – con tutto il rispetto per i malati e i morti: non hanno ripetuto fino alla nausea che ad ammalarsi sono soprattutto i vecchi? Ed è una novità che i vecchi, con o senza covid, sono in genere carenti di vitamina D? Qualcuno si è preso la briga di verificare come stanno a vitamina D i coetanei non covid?

  7. È chiaro che nella maggior parte dei casi se prendiamo un fattore e cerchiamo una sua correlazione con decessi covid siamo sulla strada sbagliata. Per cui le chiedo se nel grafico con i dati più recenti abbia senso dividere i punti in due nuovole, una in basso e una in alto. Altro osservazione, sappiamo che il conteggio morti covid e il conteggio infetti potrebbe essere affetto da una buona dose d’errore. Anche esistesse una correlazione nonso se verrebbe fuori…
    Grazie per il lavoro
    Saluti

  8. No no, non mi farò ingannare.. da linee rette tracciate arbitrariamente all’interno di grafici che mostrano evidentemente una correlazione tra assunzione di vitamina d e diminuita mortalità da covid. Non mi farò ingannare da dati che possono variare a seconda di come li si interpreti e neanche da articoli tutti tesi a screditare luminari della scienza come il suo su Montagnier..
    Grazie per avermi messo ancora una volta in guardia

    Michele D’Ambrosio
    Roma

      1. Si tratta di un’affermazione di fede e come tale in certa misura rimane misteriosa ed inesplicabile anche considerando che la sussistenza o meno di un nesso causale è indipendente dalla propria attitudine a dimostrarla scientificamente.

        Ma in effetti i grafici dello studio ecologico in questione non riguardano “l’assunzione di vitamina D” ma i livelli medi di vitamina D nel sangue e per evitare carenza di tale composto non c’è necessariamente bisogno di assumere vitamina D.

        L’esposizione alla luce del sole può costituire il modo principale di “assunzione” ( visto che il corpo la può produrre anche gratis) ed i livelli di vitamina D nel sangue possono essere facilmente confermati con analisi di laboratorio: anche per evitare di esporsi al rischio di superare livelli tossici di tale composto assumendo impropriamente integratori.

      2. @ Armando

        In effetti… anche al netto della questione sulla produzione o assunzione della vitamina, sembrerebbe anche a me che rilevare una evidente correlazione in quel grafico, a meno che non si intenda una correlazione molto blanda, richieda una certa qual dose di fede preconcetta sulle proprieta’ taumaturgiche della vitamina stessa.

        O, forse, una forma molto basilare di pareidolia che porta a vedere un segmento dove io vedo solo (ma… chissa’… magari e’ colpa della mia miopia) un insieme di punti alquanto sparpagliati.

        Ma, osservata la presunta evidente correlazione, mi domando se il dubbio, che tenderei a pormi, riguardo al fatto che quei punti siano o meno significativi, sia da considerarsi un legittimo argomento di discussione o, piuttosto, una forma di eresia paragonabile al mettere in dubbio la reputazione di luminari del calibro di Montagnier.

  9. @E.K.Hornbeck
    Ben prima che il progresso tecnologico e scientifico consentisse di misurare la parallasse stellare ed il redshift delle galassie ci furono persone che preferirono il modello eliocentrico a quello ticonico (e viceversa). Oggi diamo per scontato che il modello eliocentrico sia corretto perché è così che ci viene inculcato (allo stesso modo ci hanno edotto dell’esistenza di babbo natale): Non andiamo mica a studiare i moti di Venere come fece Galileo (e non abbiamo neanche idea di come vada fatto né di quanto lavoro sia necessario per farlo)

    Come verrebbe accolto un creazionista americano che volesse aggiungere un nuovo dibattito a quello dei terrapiattisti e dicesse che la Bibbia sia sufficiente dimostrazione del geocentrismo?

    In ogni caso parte della concettualizzazione della realtà che accettiamo non è farina del nostro sacco: il genere umano ha imparato a delegare e ne ha tratto benefici.

    Gli unici che non hanno bisogno di delegare sono quelli che tirano ad indovinare o quelli che sono in grado di farsi carico del lavoro necessario per dimostrare in modo tecnicamente adeguato una certa ipotesi. https://www.forbes.com/sites/rickferri/2012/12/20/any-monkey-can-beat-the-market/

    La crisi dei subprime del 2007 non avrebbe avuto occasione d’essere senza che un numero significativo di investitori (incluse agenzie di rating cfr. “Credit rating agencies and the subprime crisis”) non avesse pensato a lungo che sarebbe stato “eretico” dubitare della bolla immobiliare.

    Quello della delega (“modello principale-agente”) è un problema che interessa tutti [per es Signalling_(economics) ed altri approcci euristici].

    PS: Non sempre ci troviamo a dover prendere decisioni avendo tutte le le conoscenze e le informazioni necessarie. L’ipse dixit andrà sempre di moda tanto è vero che è possibile credere anche ad una asserzione “corretta” (cioè una sulla quale gli esperti concordano per ben dettagliate argomentazioni ed evidenze) in modo “religioso” e dogmatico.

  10. Ringrazio l’autore dell’Articolo che non fa altro che sintetizzare con chiarezza le anomalie di questa fase convulsa dove le speranze diventano idee e dove anche senza alcuna prova di efficacia, divengono “evidenze”.
    E’ questo l’ultimo ambito “creativo” per spingere una sostanza che alla prova dei fatti ha praticamente deluso in tutti gli studi impostati seriamente.
    Certamente la correlazione cattiva prognosi – bassi valori di vitamina D sarà confermata ma abbiamo già diversi fallimenti : la dose nei pazienti in condizioni critiche da cause diverse NON produce alcun beneficio.
    Vedere che c’è chi continua a ostinarsi a “leggere” fa sentire meno soli.

  11. Non ho una formazione medica e nemmeno chimica, ma la frase “se io ho una nuvola di punti casuali o quasi (come gli autori hanno), non è difficile capire come qualunque retta che la attraversi porti a calcolare più o meno lo stesso coefficiente di correlazione, diretta o inversa che sia” mi ha riportato indietro di 25 anni al laboratorio di fisica del liceo e al prof che diceva testuali parole “con quei dati puoi fittare (fittare una retta, ovviamente) quel che vuoi”.
    Al liceo, mica all’Università.

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