Fra le notizie che meritano più attenzione quando si cerca di determinare il periodo in cui un nuovo virus può aver fatto il suo ingresso in una popolazione, vi sono certamente quelle che riguardano apparizioni localizzate e simultanee di un numero anomalo di casi di quelle manifestazioni patologiche che il virus può causare.
In Cina, per esempio, i primi sospetti sull’emergenza di un nuovo patogeno sono stati causati dall’apparire di molti casi di polmonite virale; una condizione che può essere causata da patogeni ben noti, ma che insospettisce quando il numero di casi osservati per unità di tempo è anomalo.
Ora, se uno va a guardare retrospettivamente ai casi di polmonite in Italia, si scopre che nell’ultima settimana dell’anno (non solo a metà gennaio, come oggi riportano i giornali) nell’ospedale di Piacenza, cioè a pochi Km da Codogno e Casalpusterlengo, si sono avuti in una sola volta oltre 40 casi di polmonite, un picco assolutamente anomalo e già all’epoca giudicato eccezionale ed indipendente da inquinanti o altre condizioni specifiche.
Retrospettivamente, sulla base di ciò che oggi sappiamo dei sintomi causati dal coronavirus, la cosa non poteva che destare ovvi sospetti; ed infatti, è risultato che molti “vecchi” pazienti di polmonite oggi presentano anticorpi contro il coronavirus, a dimostrazione del fatto di essere stati a suo tempo infettati.
Sulla base di questi accertamenti, si deduce che:
- Il virus è presente in Italia da molto più tempo di quanto non sia stato finora affermato, almeno dagli inizi di dicembre, se guardiamo al tempo di raddoppio necessario e al fatto che i pazienti con polmonite, fortunatamente, sono una minoranza dei pazienti infettati;
- Nonostante sia passato tempo, il virus ha sì prodotto un numero anomalo di casi di polmonite, ma non un disastro paragonabile a quello osservato a Wuhan;
- Il numero di individui infetti in Italia, in accordo anche con il numero elevato di casi che stiamo esportando, è molto, molto più alto di quello che finora si è detto, perché la circolazione è cominciata prima.
Qual è quindi la possibile buona notizia?
Se è vero che ci sono stati molti Italiani contagiati a partire almeno da dicembre (e non c’è ragione per pensare diversamente), allora vuol anche dire che ormai ci sono moltissimi soggetti immunizzati, che hanno vissuto sintomi lievi e tali da non ricorrere all’ospedalizzazione.
Questo è un fatto: molti contagiati e guariti spontaneamente, vuol dire anche molti immunizzati.
Facendo poi alcune ragionevoli ipotesi, può anche darsi – e lo sapremo ora che al Sacco il virus “autoctono” di Codogno è stato isolato da 4 diversi pazienti – che la perdita di virulenza del Coronavirus, dovuta al rapido accumularsi di mutazioni che spingono ad adattarsi meglio all’ospite, aumentando l’infettività ma diminuendo la sintomatologia, sia già cominciata.
In conclusione: abbiamo un nuovo patogeno, in circolazione su vasta scala in Italia, e questo di per sé è un pericolo. Come in Cina, casi di polmonite inizialmente non attribuibili sono risultati infatti probabilmente causati dal virus.
Però, se il patogeno (come è ricavabile dai modelli epidemiologici necessari per spiegare questi casi) ha infettato molti cittadini durante un periodo di almeno tre mesi, è anche vero che possiamo aspettarci che in parecchi ormai abbiano sviluppato immunità (nella foto in alto vedete una ricostruzione dell’attacco degli anticorpi ad un virus).
Pensiamo, dunque, a proteggere gli ospedali e soprattutto ad evitare la saturazione dei posti letto in terapia intensiva nel futuro, ma non preoccupiamoci poi troppo di più di ieri: i casi scoperti a Codogno ed in Veneto già presupponevano un inizio precoce del contagio, e le notizie di oggi sono una conferma, non una sorpresa.

